Il godimento

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Celebriamo l'uscita in libreria dell’attesissimo romanzo Il linguaggio del gioco di Daniel Sada facendo un piccolo passo indietro e proponendovi un'intervista rilasciata da Sada a Guido Carelli Lynch, redattore di Ñ - Revista de Cultura: il romanzo Quasi mai, la letteratura, la lingua, i classici, lo stile e molto altro.

Questione di tempo.

Quando Daniel Sada cominciò a immaginare il destino erotico (amoroso e sessuale) di Demetrio Sordo, perso tra il calore e l’immensità del deserto, aveva appena trent’anni. Nel mezzo ha scritto sei romanzi e tre antologie di racconti. Ci ha provato una, due, tre, quattro volte. Cercava infruttuosamente la sua voce narrativa: c’è riuscito al quinto tentativo e ha vinto il Premio Herralde nel 2008.

"Questo romanzo ha una leggerezza – afferma mentre cerca le parole – è molto rapido, ho cercato di acquisire maggiore velocità e mantenere il livello di suspance per tutto il tempo, di modo che non abbia punti deboli. Mi interessava in particolare puntellarlo costantemente, rinforzandolo con elementi drammatici e colpi di scena. Diciamo che è un romanzo dal taglio classico, un po’ sfasato rispetto al resto della mia opera", riassume.

Ciononostante Quasi mai conferma la sua predisposizione barocca, con la quale ha saputo plasmare un romanzo in ottosillabi e alessandrini (Porque parece mentira la verdad nunca se sabe).

Diciamo che io non mi considero uno scrittore barocco, piuttosto uno scrittore diligente. Ci vuole un’attenzione speciale per raggiungere una maggiore espressività nella prosa e maneggiare i suoi ritmi e le sue cadenze. Quasi mai ha una prosa naturale, ma molto ritmo, perché se non glielo imprimo, il lettore si deconcentra.

Tuttavia è indubbio che l'attenzione alla forma presente nei suoi libri, nonostante quello che dice, non è usuale oggigiorno...

Ma io non mi propongo di essere formale a oltranza, né mi dico: "Ora ostacolerò di proposito i lettori di modo che mi affrontino". Non li sto sfidando nella lettura, è il mio modo di esprimermi. Non piace ad alcuni, altri ne sono affascinati. I miei romanzi hanno lettori molto infervorati, altri si ritraggono e mi respingono. Allora, senza volerlo, mi trasformo in uno scrittore polemico. Tutto è orientato a un’estrema attenzione verso la prosa. Non so se ciò sia giusto, non so se sia controcorrente rispetto alla letteratura che si scrive oggi. Non ho bisogno di pormi queste domande, non ho necessità di chiarirmi in tal senso.

In Quasi mai ripropone la stessa geografia – il deserto – e le pericolose relazioni dualistiche che aveva già toccato in opere precedenti. Sono le sue ossessioni?

Sempre, per prendere una decisione, chiunque ha fondamentalmente due o tre opzioni: la vita è determinata da una serie di opzioni che si hanno a disposizione. In una trama, in un romanzo, occorre seguire questo assunto. I personaggi vivono sempre alcuni conflitti, interviene il male, la bontà. In questo caso accorrono il pudore e la perversione. Ci sono sempre antinomie, così è la vita. Fino a che grado si può essere buoni o malevoli, occorre determinarlo. Alla fine le due forze richiedono un’azione. Né il male né il bene esistono in astratto. Tutto richiede un’azione. E un’azione è la cosa che può sviluppare una trama.

In Quasi mai l’azione è il passaggio dalla perversione alla santità. Questo viaggio dal desiderio sfrenato e libero a quello cosciente e soffocato è ciò che attraversa il protagonista Demetrio Sordo, ispirato a un vecchio conosciuto da Sada, del quale non si azzarda a dire di più.

Fino a ora non ho ricevuto lamentele – come temevo – in relazione ai personaggi che intervengono in questo romanzo, ma per fortuna molti sono già vecchi e quasi non leggono più. Devo annotare, sì, che il cinquanta percento è realtà e l’altro me lo sono inventato.

Niente realismo...

(Con foga) Io non voglio riflettere la realtà, non mi interessa leggere la realtà! Io la vivo e creo la mia realtà personale. Coloro che mi leggono devono comprenderlo. Lo scrittore interamente realistico è il più conservatore di tutti. Se uno non scommette su qualcosa di fantastico, sui lati nascosti della realtà, se uno non crede che possano esserci altri enigmi nella realtà, come scrittore e autore è molto limitato. L’Argentina è l’unico Paese con una tradizione fantastica, noi siamo rinchiusi nel realismo. Anche il realismo magico, però, deve essere inventato. Non credo che un autore debba pretendere a oltranza di essere realistico o fantastico. C'è sempre un’interpretazione della realtà, per plasmarla sulla carta, e lì si distorce tutto. Chi si ostina a essere realistico o a essere fantastico si sta autolimitando, questo è il problema...

Dunque, perché scrive?

Scrivo perché è una sfida! Per entusiasmo. Mi accosto alla letteratura con un gusto e un piacere assoluti. Non scrivo per disperazione né per angoscia né perché avverta ’'incertezza di comprendere il mondo. Credo che l’atto creativo debba essere assolutamente gioioso. All’improvviso, ovviamente, il godimento si fonde con l’angoscia, con le basse passioni, con tutto il peggio dell’essere umano, ma all’origine c’è il godimento. Un creatore necessita, come premessa, di stabilire una passione gioiosa.

Premessa. Sada parla come un maestro, senza dissimulare il suo quarto di secolo trascorso a insegnare nelle scuole di scrittura. Prima, chiaramente, ha avuto il suo specchio.

Juan Rulfo è stato il mio maestro. Lesse il mio primo romanzo quando ero molto giovane e mi fece un commento davvero malevolo. Non era un intellettuale, era un artista ed era molto intuitivo. Sulla base di quella intuitività, io mi sono formato. Non era un teorico, non gli interessavano gli stili, voleva solo che i personaggi fossero solidi e che la trama fosse sufficientemente forte e avvincente. Quella era la cosa più importante ed è stata una lezione per me.

Pensa sia possibile insegnare a scrivere?

Le scuole di scrittura non sono fabbriche di scrittori, non si può inoculare il talento, come affermava Longino. Ci sono cose che si imparano e cose che non si possono imparare. Io posso insegnare tecniche narrative, grammatica, l’analisi dei personaggi, ma non ad avere grandi idee o grandi emozioni. Quello non posso farlo.

Tuttavia, e malgrado abbia contribuito a formare un numero rilevante di nuovi e premiati autori messicani, afferma che molti di essi scrivono pensando al mercato.

Ci sono oggi moltissimi scrittori che godono di un’ascesa davvero rapida e poi, nel giro di cinque o sei anni, cadono altrettanto vertiginosamente. L’ho vissuto nei miei 35 anni di scrittore.

Di chi è la colpa, degli scrittori o del mercato?

È colpa di tutti e due. Il mercato ha le sue esigenze di vendita e la maggior parte degli scrittori cerca di adeguarsi. Non vogliono vincere la battaglia con gli editori. Si lasciano battere e si adeguano alle esigenze del mercato e per stare nel mercato occorre vendere: questo è indiscutibile...

Che cosa differenzia, allora, gli scrittori classici che ha letto moltissimo e quelli contemporanei?

La mia formazione è eminentemente classica. Non ho frequentato la letteratura contemporanea fino ai 25 anni. Nel mio paese non c’erano biblioteche, c’era solo una maestra che proponeva unicamente autori classici. Le mie letture sono state pertanto controcorrente, e anche la mia letteratura, ma tento di adeguarmi ai movimenti attuali. Tuttavia, l’unica differenza che riscontro tra la letteratura classica e quella attuale è il mercato. Autori come Omero o Juana Inés de la Cruz non avrebbero mai pensato al mercato. O Cervantes si sarà forse attardato a pensare a quanti esemplari del Quijote avrebbe venduto? La vendita, la diffusione dei libri, non era nella mente degli scrittori classici. E sebbene gran parte della letteratura che si pubblica oggi esista in funzione del mercato, sottrarsi a esso è quasi impossibile.

Anche lei?

Io non posso sottrarmi al mercato. So che se divento molto descrittivo nella mia prosa, rimango fuori e il mercato lo determinano, né più né meno, gli stessi lettori. Attualmente la gente che ci legge è gente che va al cinema, che vede la televisione, è gente che utilizza internet. Il lettore di alcuni secoli fa non aveva questi riferimenti, si concentrava sulla carta. Non desiderano descrizioni molto dettagliate, perché hanno già la cultura dell’immagine. Ora le descrizioni devono essere rapide e precise, non c’è posto per i fratelli Gouncourt che si prendevano quindici pagine. Benché io abbia i miei ritmi, devo cercare la rapidità, perché il lettore attuale è un po’ esasperato. Nelle università nordamericane si sta analizzando il problema della concentrazione nella lettura e se prima uno studente di Harvard leggeva tre ore al giorno, oggi difficilmente lo farà per più di un’ora. Il mondo moderno ci propone da più parti una vasta gamma di distrazioni. Siamo saturi. Occorre tenere in conto il fatto che il lettore possa fuggire in qualunque momento. Tutto si sta contaminando, nulla è assolutamente puro, non ci sono oramai totalità, né nel linguaggio, né nel romanzo, né in niente, tutto è come in pezzi... Come direbbe Rubem Fonseca: chi è morto è il lettore, non il romanzo.

Un’esigenza del mercato relativa agli autori latinoamericani, e che lei nega quando scrive, è l’onnipresenza di un linguaggio neutro senza regionalismi...

Il castigliano neutro non mi convince per niente. Gli argentini devono scrivere come gli argentini e i messicani come tali. Se ci mettessimo a cercare un linguaggio neutro, toglieremmo tutta la sua forza al castigliano. Credo che, e questo lo diceva già Alfonso Reyes, affinché le lingue si mantengano vive debbano contaminarsi necessariamente con i localismi, e con altre lingue se è possibile. Se sono contaminate sono vive. Se puntiamo su un linguaggio neutro uccidiamo la nostra lingua, come è accaduto con il latino colto.

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