Il Mali di Moussa Konaté

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Questo approfondimento di Giulia Valerio di Metis Mali è apparso come postfazione all'ebook L'onore dei Kéita di Moussa Konaté.

I gialli di Moussa Konaté sono una sorpresa. Si prendono in mano e non si abbandonano più, fino alla fine. Capitolo dopo capitolo seguiamo l’intreccio, avvinti ma senza fretta, presi dal ritmo intensamente umano, come l’andatura dei viaggi che si compiono in quella terra, mai troppo veloci, ricchi di soste, di odori e di sguardi, di incontri e di eventi inattesi e non prevedibili.

Terminato uno, si prova il desiderio di iniziarne un altro, per non perdere la compagnia dei suoi straordinari personaggi, primi tra tutti il commissario Habib e l’ispettore Sosso. Fra i due uomini esiste un legame profondo e particolare, segnato dai codici dei rapporti umani che si vivono in Mali e nell’Africa centrale, intreccio di rispetto e stima, coraggio della gioventù e sapienza del più anziano. Non detta, corre tra loro una protezione reciproca, per cui in un caso Habib decide di velare la verità per non turbare Sosso, che a sua volta sa sostenere la stanchezza dell’amico. Il primo dato che sorprende noi lettori occidentali è il fatto che l’eroe, capace di atterrare perfino i poteri protetti dalle istituzioni (come ne L’assassino di Banconi) e di vedere chiaro negli oscuri rapporti tradizionali con l’invisibile (come ne La maledizione del dio del fiume o in L’impronta della volpe, per ora solo in francese) è un commissario del reparto D2 di Bamako, la capitale. Non è l’investigatore privato dall’acume proverbiale che mette in ridicolo l’ottusità della polizia, né il cittadino probo che smaschera trame e complotti, nemmeno l’avvocato ambizioso che mette in scacco la macchina della legge, ma il capo stesso dell’anticrimine, onesto e incorruttibile, dal fiuto proverbiale, a testimoniare una volta di più la grande fiducia africana nelle istituzioni e nei suoi funzionari, chiamati ad essere responsabili e un po’ eroi, a fianco della giustizia e dell’umanità.

Lavora in coppia con il giovane Sosso, che non ha l’ingenuità degli Hastings e dei Watson, figure che mettono in risalto per contrasto la genialità dei loro amici Poirot e Sherlock, compensandone la mancanza di dimensione terrena e permettendoci un’identificazione immediata. Qui il doppio è complementare al protagonista, ne divide la scena e gli onori a pari merito, mettendo al suo servizio la capacità di rischio, le corse in motocicletta a perdifiato attraverso Bamako, la forza infaticabile nel camminare a lungo, l’audacia nello sfidare i poteri invisibili degli stregoni, che sono in grado di causargli malori per telepatia e di inviargli incubi più agghiaccianti della realtà.

E il commissario, per parte sua, gli insegna la sola legge da difendere, più forte di ogni altra: il valore della vita umana, che comporta la difesa dei più deboli (quelli a cui la vita ha già tolto tutto e su cui la polizia troppe volte si accanisce), la parte dolorosa del conflitto tra modernità e tradizioni ancestrali, da trattare sempre con grande attenzione, e la capacità di vedere e comprendere al di là di ogni mistificazione e sopruso, di annusare le menzogne distinguendo tra le innocenti e le omertose, di cogliere con precisione le ombre di ogni potere. La sua etica non collima con le leggi marziali della giustizia collettivamente intesa: sa provare pietà per l’assassino, se ne comprende i motivi profondi che avevano ferito il suo orgoglio e la sua fede, ma è spietato e inflessibile con chi prepotentemente si arroga il diritto di arricchirsi con ogni mezzo, proteggendosi con molteplici assassini e con l’aiuto di funzionari corrotti e crudeli.

Anche gli altri personaggi del romanzo restano nella memoria e nel cuore. L’autore rivela una finezza affettuosa per i caratteri che contraddistinguono le persone, bastano pochi tocchi per far vivere il marito pieno di comprensione per una moglie difficilmente sostenibile, perché il destino gliela ha confidata, il testimone dal tic osceno, Lambirou l’indovino dei cauri (storpio come si conviene ai veggenti), Nama il gentile e il vecchio Sandiakou Kéita, malato di collera e grande nella sua disperazione.

Per chi ha vissuto in Mali, i racconti di Moussa Konatè sono un vero capolavoro. Sanno restituire le atmosfere, le sfaccettature, gli abissi e le fascinazioni di uno dei paesi più straordinari del mondo. Chi vi passa, per caso o per lavoro, per passione turistica o per interesse culturale, ne rimane sempre colpito in modo singolare. Molti ci tornano più volte, come chi scrive: dopo un primo incontro nemmeno scelto, i viaggi in Mali si sono moltiplicati, fino a diventare un’abitudine felice; ogni anno, con l’ottimo pretesto della ricerca e della collaborazione, trascorro un mese tra Bamako, il paese Dogon, il territorio del fiume… Stato estremamente vasto, ospita etnie diverse (vi sono otto lingue nazionali), che da secoli convivono e intrecciano una storia fatta di alleanze e inimicizie, parentele per scherzo, economie di reciproca sussistenza, radicale stanzialità e nomadismo del deserto, culture antichissime e intraducibili segreti, carestie ed epica capacità di sopravvivenza. Questa complessità ricorda la stratificazione della psiche, dai suoi livelli più inconsci ed archetipici a quelli più differenziati, ma anche la molteplicità di tutte le ere che ci hanno preceduto e che ci costituiscono, qui singolarmente compresenti e non sistemate lungo una linea progressiva.

Convivono a pari diritto e con pari forza le credenze dei predecessori, mai abbandonate, con le istanze di modernità e il desiderio di inserirsi a pieno titolo tra i protagonisti della contemporaneità. Le strutture quasi preistoriche dei villaggi, come quello di cui qui si parla, ricordano il mondo dei Dogon e quello dei pescatori Bozo del Niger, che vivono immersi nella cultura orale dei tempi di Omero e di Esiodo, di uguale se non superiore ricchezza mitologica e cosmogonica, come scoprì per primo Marcel Griaule, l’antropologo che attraversò l’Africa nel 1931, per poi tornare in Mali per tutta la sua esistenza. Al nord Timbuctù, porta di un Sahara insanguinato dalle guerre civili, protegge le biblioteche del deserto e la tradizione di santità dei suoi abitanti: accanto alle tende dei pastori Peul in città sorgono case ornate da portali moreschi; le moschee antiche tessute di luci e di ombre affiancano case antiche, dove nell’ingresso, tappeto di benvenuto, sta un rettangolo di sabbia fine per immergere i piedi prima di entrare. Lungo le piste di sabbia e terra rossa sfilano le carovane dei Bellà, che trasportano lastre di sale simili a marmi antichi; solitari a volte si incrociano i Tuareg, nascosti nei loro abiti e turbanti, dallo sguardo dolce come il miele, feroci in combattimento e cortesi nell’amore, che avanzano in mezzo al nulla riconoscendo dalla qualità della sabbia il loro sentiero. Lungo il fiume, che attraversa questo sconfinato paese, il traffico delle piroghe, delle chiatte e delle piccole imbarcazioni da pesca con la nera vela di plastica segnano il trascorrere della storia e degli eterni commerci degli uomini e delle donne, mentre i Songhai coltivano le grandi canzoni di Alì Farka. Le scuole oggi in Mali si stanno moltiplicando, anche nelle zone decentrate; la popolazione cerca di strappare l’insegnamento all’impronta dei coloni, dei missionari e degli europei, che da sempre hanno cercato di contrastare lingue religioni e culture locali, per inaugurare la pedagogia convergente, una delle forme più avanzate di educazione e di attenzione psicologica all’età evolutiva; spesso i maestri sono appena alfabetizzati, a volte invece grandi insegnanti, ma insieme continuano a fare miracoli senza libri di testo né penne né quaderni, spesso senza nemmeno un’aula.  Nel cuore di tutto questo e di molto altro sorge la capitale, gigantesca città africana, che raccoglie e ammassa tutte le contraddizioni del Mali: ricchezza e povertà, scienza e abbandono, mercati e palazzi moderni, un traffico da brivido, calura afosa, zanzare a rischio elevatissimo di malaria, piccoli banchetti che vendono bottiglie di miscela (sono i benzinai per le motorette), un piccolo museo che è un gioiello, famiglie smembrate che hanno perso il sostegno delle comunità allargate, un grande ospedale, le bidonville degradate.

Moussa Konatè si dedica al romanzo perché sa descrivere con finezza d’arte e intelligenza del cuore questo crocevia di umanità.

 L’autore, nato nella regione di Kayes a Kita nel 1951 e laureato all’École Normale Supérieure di Bamako, diventa insegnante, fonda e ora co-dirige l’Associazione Étonnants Voyageurs, promotrice di un festival di letteratura; si trasferisce in Francia, a Limoges, dove fonda una casa editrice. Nel 1997 apre con molto coraggio una casa editrice africana, Le Figuier, desiderando rendere accessibili i libri in Mali (anche i propri) e lavorare per un’indipendente diffusione culturale, svincolata dagli inabbordabili prezzi europei. Impresa ardua, perché il costo della carta è in progressivo aumento, non si trovano stampatori di libri ma solo di giornali, i disegnatori non sono formati a illustrare libri per bambini. La maggior parte della produzione è dedicata infatti alla letteratura per l’infanzia e l’adolescenza, iniziata con l’adattamento di testi orali, che riguardano i mestieri tradizionali (la vasaia, la filatrice, il tessitore, la tintrice) e  i temi tipici delle fiabe (la iena, la matrigna cattiva, l’avidità golosa…); ma i titoli sono più di un centinaio, e ora contengono anche romanzi. Le pubblicazioni, di alta qualità, sono nelle lingue nazionali, perché il Mali “è un caso eccezionale nell’Africa francofona: i quotidiani francesi hanno una tiratura di circa 3000 esemplari, mentre quelli in lingue nazionali possono raggiungere i 18000.” La distribuzione avviene nelle piccole librerie, e ‘porta a porta’ nelle associazioni dei villaggi; si concedono perfino libri a credito. “All’inizio era una follia”, ma strettamente legata all’esperienza di vita di Konaté: da piccolo i libri lo hanno nutrito e cresciuto.[1]

Lascia l’insegnamento per consacrarsi alla scrittura, diventando in breve tempo uno dei maggiori autori africani e un accreditato testimone del proprio tempo. La ricchezza della sua attività, la passione per la storia contemporanea e l’amore per tutta la cultura (da quella greca e latina a quella africana) animano la sua produzione, che è altrettanto eclettica.         

Nel 1985 accanto a un testo teatrale e a un romanzo (Une Aube incertaine)debutta con il saggio Mali- Ils ont assassiné l’espoir, in cui comincia a porsi domande cruciali sul destino del post colonialismo e delle classi politiche al governo, riflessioni che oggi si condensano in L’Afrique noire est-elle maudite? pubblicato nel febbraio 2012, durante i disordini che segnano attualmente il suo paese, tra deposizione del Capo di Stato, ribellione dei tuareg, razzie dei soldati rientrati dalla Libia e il sospetto di un’opera di pesante ricolonizzazione da parte dell’Europa e della Francia, come denuncia Aminata Traorè con altri intellettuali maliani in un documento di aprile.[2] Ci vuole “uno spirito capace di grande apertura, di ampio sapere, di incontestabile onestà e soprattutto di coraggio” (così Erik Orsenna definisce Konaté) per affrontare temi così rilevanti e drammatici, che ci riguardano ormai tutti. Del 1985 è pure il suo impegno sociale per lo sviluppo del villaggio di Sanankoroba, nella regione di Koulikoro, basato sull’autonomia delle risorse e la presa in carico del progetto da parte della popolazione, criteri che sono oggi l’unico fondamento possibile per interventi di sostegno.

Anche la produzione teatrale continua; riceve nel 2005 per Un appel de nuit il premio Sony Labou Tansi, che ha come giuria i liceali di Limoges e città limitrofe: viene riconosciuto come un futuro autore classico.

I primi romanzi polizieschi vengono pubblicati nel 2002 dalla prestigiosa casa editrice francese Gallimard, e sono quelli che ora con lungimiranza la casa editrice Del Vecchio ripropone come ebook, dopo averli pubblicati.

Ed è nel commissario Habib che riconosciamo i tratti dell’autore, dalla passione civile all’inesausta lotta contro la corruzione politica e il degrado umano che rischiano di minare le basi della giovane Repubblica del Mali. Come molti sapienti e anziani incontrati in questi anni, come molti uomini e donne che hanno a cuore le sorti della loro terra, non smettono di credere che è nelle mani di ciascuno la possibilità di migliorare la società in cui vivono. E lo fanno con tenacia e convinzione, a volte con amarezza ma sempre con fiducia. Hanno una capacità particolare, quella di tenere unito il visibile con l’invisibile, di attraversare la soglia che separa ed avvicina il mondo degli antenati con la storia attuale, e ancor più commovente è la loro forza nell’accettare e frequentare il disordine, per ricreare un nuovo ordine più saldo e pulito. È una delle qualità richieste ai guaritori, come sottolinea Piero Coppo (il maggior conoscitore italiano della medicina tradizionale maliana) in Negoziare con il male: “sono delegati dalle comunità a proteggerle dalle disgrazie, a ordinare il caos quando sconvolge l’ordine umano”.[3]

Anche il commissario Habib, dallo sguardo candido, l’aria risoluta e l’energia travolgente, attraversa il mondo infero della morte violenta, le passioni che sconvolgono l’essere umano, le lacerazioni del tessuto sociale per lasciare il mondo un poco più in ordine. Persuaso, come il suo autore, che esista una sola verità, più convincente di tutte: quella che salva la dignità della vita. È un nuovo modello di eroe, che sa unire compassione e intuito, saggezza dell’età matura e slancio vitale, cuore e ingegno. Non così i nostri eroi occidentali, che puntano sull’unilateralità, la caratterizzazione spinta di una qualità a dispetto di tutte le altre. Qui, vince l’essere umano nella sua totalità.

E allora, per riassumere: un giallo avvincente, un romanzo pieno di sorprese, lo spaccato di un grande paese, il tocco di uno scrittore capace di raccontare storie nuove al vecchio Occidente, e di sorprenderlo.

A quando il prossimo?

 

Giulia Valerio, giugno 2012



[1] Il faut savoir honorer le livre, entretien avec Moussa Konaté, in Africultures, www.Africultures.com

[2] A. Traoré, Mali, cronaca di una ricolonizzazione programmata. (meglio che le capre lottino fra loro nel recinto che dover ricorrere all'intervento della iena - proverbio bambara); in italiano in http://www.cospe.it/cospe/old/dettaglioNews.php?id=1687

[3] P. Coppo, Negoziare con il male. Stregoneria e controstregoneria dogon, Bollati Boringhieri 2007, p. 98

 

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