Una parata di voci

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Roberto Bolaño considerava Daniel Sada senza rivali tra gli scrittori messicani della sua generazione. Entrambi sono nati nel 1953. Bolaño trascorse la propria adolescenza in Messico e, sebbene alcuni dei suoi più grandi romanzi e racconti abbiano un’ambientazione messicana, egli non ci mise mai più piede dopo essersi trasferito in Spagna all’alba dei suoi ventanni. Io immagino che Bolaño abbia fatto riferimento ai romanzi di Sada, almeno in una certa misura, durante la scrittura dei suoi capolavori messicani - l’orecchio perfetto di Sada e la ri-creazione esuberante delle voci messicane, le voci del deserto del Messico settentrionale, specialmente. Le opere di Sada sono una parata polifonica di voci, una cacofonia messicana: grida, risate, maledizioni violente e dissolute, bisbigli dolci, canzoni.

«Era un luogo visitato di rado, ma fascinoso, quattro chilometri a sud di Sombrerete. Cerano una forra il cui abisso faceva venir voglia di fermarsi e contemplarla, e una cascata di acqua cristallina, sottile e capricciosa». Così si apre, abbastanza modestamente, il romanzo di Sada A la vista, pubblicato alcuni mesi prima della sua morte, il 18 novembre. Nella frase successiva, Sada mette a segno una nota più caratteristica: «C'era anche un ornato de árobles dappertutto». Questo ornato è una tipica parola Sadiana, impossibile da tradurre, sebbene l’intera frase significhi, letteralmente, che c'erano anche molti alberi intorno, e "un clima temperato tutto l’anno".
«La grande cosa di quel luogo», Sada séguita a scrivere, «era che ci si doveva affidare all’efficacia delle parole, dato che non esisteva nessuna fotografia a dare una nozione più precisa di quella supposta meraviglia». La descrizione - il lettore lo comprende alla fine del paragrafo - è né più né meno un annuncio immobiliare fraudolento. (Come verrà fuori più avanti, non c'erano nessuna cascata, nessun albero, solamente la forra, e il clima temperato).

Bolaño ha paragonato la scrittura barocca di Sada a quella di Lezama Lima, rimarcando come, mentre il barocco cubano di Lezama rifletteva l’affollato splendore naturale dei tropici, quello di Sada sia un'invenzione verbale più impressionante, un barocco del deserto. Anch’esso è il risultato dell'"efficacia delle parole". In Porque parece mentira la verdad nunca se sabe, il grande e denso capolavoro di Sada (un romanzo di solito indicato come joyciano, con 650 pagine e 90 personaggi, narrato quasi interamente in una poesia-prosa alessandrina, endecasillabica e isosillabica), il deserto e le sue città scarsamente popolate pullulano di tutta la turbolenza politica, la corruzione e la violenza del Messico moderno.

Sada sta a Juan Rulfo - autore di un unico romanzo di cento pagine, il capolavoro sulla desertica città fantasma messicana di Pedro Páramo, votato dai lettori del più importante quotidiano spagnolo, "El País", come il più grande romanzo di lingua spagnola del ventesimo secolo - come Beckett sta a Joyce, solo al contrario. Il minimalismo di Beckett era la sua risposta all’insuperabile massimalismo di Joyce. Il massimaliamo di Sada era la sua risposta al minimalismo insuperabile di Rulfo.

Sada era in tour in Messico con Porque parece mentira la verdad nunca se sabe quando ci incontrammo, approssimativamente dodici anni fa. Martin Solares era il suo editor alla Tusquets Messico e anche il suo addetto stampa. In uno di quegli atti di strampalata generosità tipici di Martin, ma che sembrano capitare soltanto in Messico, mi invitò ad accompagnarlo in alcune tappe del tour, a Culiacan e Mazatlán. Sada era un narratore monumentale, e io ricordo molte delle storie che ci raccontò nel corso di quei pochi giorni. Una era su quando, più giovane e nuovo in città, lavorava come macellaio in un vecchio e labirintico mercato del centro di Mexico City. Un’altra era su quando lavorò come autista di minivan in un convento di monache. Sada, sorprendentemente, aveva una grande mimica. Ci raccontò che il romanziere Salvador Elizondo costrinse il fotografo di un quotidiano che lo stava ritraendo a includere nello scatto il suo parrocchetto poiché desiderava, in un secondo momento, avere la possibilità di sbattere in faccia il giornale all’uccello e dirgli - l’imitazione di Sada della pronuncia nasale strascicata di Elizondo è ancora vivida nel mio orecchio - "Guarda, pappagallo, sei sul giornale". Sada aveva ottenuto, poi, una cattedra di scrittura romanzesca che non era mai stata tenuta da nessun altro che Juan Rulfo. Ciò mi condusse alla mia storia preferita. Rulfo, timido da morire, era stato convinto in qualche modo ad accettare una grande onorificenza in Cina. Doveva fare scalo a San Francisco. Lì sedette accanto al varco di partenza guardando i passeggeri imbarcarsi sul volo e decidendo di non unirsi a loro. Semplicemente si sedette lì e non lo disse a nessuno. A Pechino, le delegazioni ufficiali cinese e messicana e la stampa lo attesero sulla pista dell’aeroporto.

Sada sembrava un macellaio da stereotipo: un uomo in carne, aspro, prematuramente calvo. Era cresciuto in una cittadina di mille abitanti nel deserto del Messico settentrionale. Sentivo in Sada - e mi identificavo con lui pensando alla controparte newyorkese - l’insicurezza e il disagio per l’affermato mondo letterario di Città del Messico, tutte quelle "Letras Libres" e scrittori del "Crack" che si vestivano e si comportavano, secondo il parere della mia defunta moglie Aura, "come banchieri internazionali". Sada aveva una bella faccia, con una fronte orgogliosa, una bocca sensuosa, e occhi lunghi e stretti che mi facevano pensare ai rotoli dipinti dei samurai.

È stato terribile osservare la sua malattia ai reni devastarlo lentamente, come fosse imprigionato in un perenne fast-forward. Durante il corso degli ultimi anni, io stavo lottando contro il mio personale trauma, la morte di mia moglie, e così ho evitato di cercarlo, preferendo aspettare, ogni volta che ero in Messico, di incontrarlo in libreria al Café Pendulo o altrove nel nostro quartiere. Ho sempre incontrato un uomo incredibilmente dolce, generoso, svelto nella cortesia. L'ultima volta che abbiamo parlato mi chiese almeno due volte cosa pensassi del titolo inglese del suo romanzo Casi Nunca che sarebbe stato pubblicato presto per i tipi di Graywolf come Almost Never. Gli dissi che pensavo fosse perfetto. Sada leggeva di tutto. Era pieno di ammirazione per uno scrittore dal Nord del Messico, il giovane Yuri Herrera. E mi disse che pensava che Atmospheric Disturbances, di Rivka Galchen, pubblicato da Martin Solares per i tipi di Almadía, fosse il miglior libro che la meravigliosa casa editrice con sede a Oaxaca avesse prodotto nell’anno precedente.

Solares, un carissimo amico di Sada, mi spedì questo ricordo e questa riflessione che, con tutte le mie scuse, ho tradotto: «Si svegliava ogni mattina ben prima delle proprie occupazioni. Se era ispirato, o se doveva terminare un libro, sarebbe saltato fuori dal letto alle quattro e trenta del mattino e avrebbe scritto fino all’alba prima di cominciare con il suo altro lavoro. Non era interessato al lusso o al potere, sebbene la sua prosa sia un vero lusso. Nessuno potrebbe scrivere nel modo in cui lo fece lui. In vita, si è sempre e solo vantato di una cosa: il suo modo di scrivere. Agli studenti che frequentavano i suoi corsi di scrittura, dava uno dei più semplici ma preziosi consigli: in letteratura non ci sono scuse. Devi organizzare la tua vita per essere capace di scrivere almeno mezza pagina al giorno. Dopo una settimana, avrai abbastanza parole per terminare un racconto, dopo un mese abbastanza per una novella, dopo un anno abbastanza per un romanzo o una raccolta di racconti. Alcuni dei suoi primi romanzi furono scritti in grande difficoltà economica, ma sono fra i suoi migliori: Una de dos, Albedrío. Gli ci vollero sei anni per scrivere il suo romanzo più ambizioso, tra sconvolgimenti personali e molti spostamenti, ma non perse mai la sua energia o la sua concentrazione. I suoi ultimi due romanzi furono terminati, nonostante la malattia, in condizioni eroiche: dettati alla moglie, la grande Adriana Jiménez, senza alcun sacrificio di stile. C’è bisogno di dirlo? Il linguaggio del gioco è straordinario. In appena cento pagine, solo un poco più di Pedro Páramo, Sada ci ha trasmesso la sua personale e abbagliante spiegazione della violenza messicana. Pensandoci bene, credo che tutti i suoi libri rinforzino questa convinzione: la letteratura è una voce che emerge dall’oscurità, e che cerca di mettere in relazione eventi affascinanti e uno stile insuperabile. [Questa voce] è obbligata a indagare lo spagnolo più classico insieme al linguaggio da strada, a scegliere quello che funziona, e con ciò a creare la storia, in versi che meraviglino o ci facciano sorridere dei giorni più bui».

Francisco Goldman, The Paris Review

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