Viaggio nel deserto

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Davanti agli oltre cen­to­mila omi­cidi e ai tren­ta­mila desa­pa­re­ci­dos pro­vo­cati dalla pre­sunta “guerra” con­tro le dro­ghe del pre­si­dente Felipe Cal­de­rón, la nar­ra­tiva mes­si­cana non è stata all’altezza della cata­strofe poli­tica che si nasconde in ciò che con ecces­siva disin­vol­tura chia­miamo narco»: que­sto severo giu­di­zio è di Oswaldo Zavala – stu­dioso mes­si­cano da tempo tra­pian­tato negli Stati Uniti, dove inse­gna al Cuny Gra­duate Cen­ter – che molto ha scritto sulla let­te­ra­tura nata nel nord del Mes­sico e sulla sua mito­lo­gia.
Secondo Zavala, gran parte dei romanzi mes­si­cani sul nar­co­traf­fico si adatta, in realtà, al discorso gover­na­tivo, che attri­bui­sce la tra­gica situa­zione del paese solo a un’interminabile lotta fra car­telli della droga decisi a sfi­dare, ero­dere e per­fino sosti­tuire l’autorità dello Stato; ed è pro­prio per­chè sor­vola quasi sem­pre sulla «dimen­sione cri­mi­nosa» e la vio­lenza del potere uffi­ciale, non infe­riore a quella dei car­telli, che un filone di grande suc­cesso come la cosid­detta nar­co­li­te­ra­tura rischia oggi di pro­spe­rare su luo­ghi comuni e for­mule quasi mec­ca­ni­che, diven­tando parte di un pano­rama domi­nato «da opere com­mer­ciali, depo­li­ti­ciz­zate, fri­vole e irrilevanti».

Una ecce­zione alla regola, dice lo stu­dioso mes­si­cano, è però rap­pre­sen­tata da Daniel Sada, scom­parso nel 2011 a cin­quan­totto anni, lasciando alle «vaste mino­ranze» dei suoi let­tori ben undici romanzi, otto rac­colte di rac­conti e tre di versi: uno scrit­tore che per ragioni diverse e ben moti­vate è stato via via acco­stato a Lezama Lima, a Rulfo e a Gadda (non a caso il pro­ta­go­ni­sta del rac­conto di Sada Atrás quedó lo disperso ha l’abitudine di distri­buire copie di El zafar­ran­cho aquel de via Meru­lana, ovvero del cele­bre Pastic­ciac­cio), ma che, al di là di ogni sug­ge­stione, è reso unico da una per­so­na­lis­sima ricerca for­male, da inces­santi inven­zioni les­si­cali, dal tra­vaso del rigore e della musi­ca­lità della poe­sia clas­sica nella prosa moderna, e infine dalla con­ver­sione dell’oralità popo­lare in sofi­sti­cato lin­guag­gio let­te­ra­rio, a testi­mo­nianza di quella che lui stesso ha defi­nito «una scom­messa sulle qua­lità della lingua».

Ben­ché Sada si sia sem­pre rifiu­tato di pro­porsi come uno scrit­tore aper­ta­mente poli­tico o di denun­cia, alla José Revuel­tas, Zavala sostiene giu­sta­mente che l’analisi dei mec­ca­ni­smi for­mali della sua opera ha fatto pas­sare in secondo piano la dimen­sione poli­tica ed etica sot­tesa a un così pecu­liare uso del lin­guag­gio, e indica due romanzi, scritti a distanza di anni, come chiavi utili a inter­pre­tare il pre­sente del Mes­sico: Por­que parece men­tira la ver­dad nunca se sabe (1999), con­si­de­rato il capo­la­voro di Sada, e El len­guaje del juego uscito postumo, che viene ora pub­bli­cato dall’editore Del Vec­chio (Il lin­guag­gio del gioco, tra­du­zione di Carlo Alberto Mon­talto, pp. 241, euro 15,00) cui dob­biamo anche l’apparizione, due anni fa, del magni­fico Quasi mai. In entrambi, la scrit­tura di Sada dà vita a un fiume di sto­rie che scorre in uno dei luo­ghi più aridi e deso­lati del con­ti­nente ame­ri­cano, il deserto a cavallo della Fron­tiera, sfondo costante sia della migra­zione che ha por­tato negli Stati Uniti milioni di mes­si­cani, sia del narcotraffico.

In Il lin­guag­gio del gioco, Sada ha vinto per la prima volta la pro­pria rilut­tanza a trat­tare temi stret­ta­mente legati alla nar­co­no­vela, da lui con­si­de­rata ese­cra­bile; era con­sa­pe­vole, infatti, di come fosse impos­si­bile rac­con­tare ancora del deserto dove era nato e cre­sciuto e in cui la sua nar­ra­tiva è sal­da­mente radi­cata, senza tenere pre­sente le pro­fonde tra­sfor­ma­zioni indotte dalla vio­lenza dei car­telli e da quella paral­lela dello Stato.

L’argomento non poteva né doveva essere eluso, insomma, ma Sada è riu­scito a trat­tarlo in modo impre­ve­di­bile, sce­gliendo, sot­to­li­nea il cri­tico Fede­rico Cam­p­bell, di fare del narco non un testo, ma un con­te­sto all’interno del quale i per­so­naggi si muo­vono alla ricerca della pro­pria iden­tità e ten­tano di costruirsi un’esistenza serena. È quanto accade a Valente Mon­taño, che per diciotto volte ha var­cato clan­de­sti­na­mente la fron­tiera, vivendo da indo­cu­men­tado negli Stati Uniti, per essere pun­tual­mente sco­perto e depor­tato.
La diciot­te­sima volta, però, è diversa dalle altre, per­ché Valente ha ormai messo da parte abba­stanza denaro per aprire, insieme alla moglie Yolanda e ai figli Mar­tina e Can­de­la­rio, una piz­ze­ria (unica e sola, in terra di tor­til­las) nel pic­colo e son­no­lento paese di San Gre­go­rio, perso nel deserto: un posto dove non suc­cede mai nulla, pro­prio come a Rema­drín, la cit­ta­dina di Por­que parece men­tira; ma tanta quiete verrà spaz­zata via da una vio­lenza uguale e diversa: quella dell’esercito a Rema­drín, dove una truffa elet­to­rale ha sca­te­nato un mas­sa­cro, e quella del nar­co­traf­fico a San Gre­go­rio, con­si­de­rato stra­te­gico da due car­telli rivali e pronto a diven­tare il pal­co­sce­nico di un con­fronto san­gui­noso al quale i par­titi, la chiesa, le isti­tu­zioni, la poli­zia e gli abi­tanti sem­brano atti­va­mente adattarsi.

La vita dei Mon­taño, assorti fino a poco prima in un labo­rioso «sogno mes­si­cano» fatto di duro lavoro, onore e rispar­mio, verrà così deva­stata – come, del resto, quella di tutti gli altri – e la fami­glia si disin­te­grerà, men­tre Can­de­la­rio diventa un sica­rio e poi un pic­colo boss, e Mar­tina va incon­tro alla vio­lenza estrema di un com­pa­gno bru­tale, a sua volta tor­tu­rato e ucciso dai trafficanti.

La decom­po­si­zione sociale, fami­liare e indi­vi­duale viene regi­strata passo dopo passo, il san­gue che scorre a fiumi e i det­ta­gli cruenti sono pun­tual­mente descritti, fin­ché il romanzo si tra­sforma in un viag­gio deli­rante e la sto­ria dei Mon­taño sem­bra adom­brare quella di una nazione intera. Eppure Sada non rinun­cia mai a un tono quasi pica­re­sco, all’approccio comico e sati­rico, allo humor neris­simo che sono tra le sue carat­te­ri­sti­che prin­ci­pali e sem­brano sgorgare spon­ta­nei da una voce nar­rante, che, senza rive­larsi, si intro­mette, svela det­ta­gli nasco­sti e sol­le­cita il giu­di­zio del let­tore, non rispar­mian­do­gli il pro­prio, spesso cru­dele ma non immune da un certo disin­can­tato affetto per i per­so­naggi.
Chi ha letto Quasi mai rico­no­scerà all’istante que­sta voce, che è indub­bia­mente la stessa, ma potrà anche misu­rare la distanza tra il nord del Mes­sico di quarant’anni fa, descritto in quel lungo e magi­strale romanzo, e il Mes­sico di oggi (che l’autore, sem­pre pronto a distor­cere e rein­ven­tare i nomi di regioni e città, chiama Mágico) rac­con­tato in Il lin­guag­gio del gioco. Dis­se­mi­nato anni prima di vil­laggi iso­lati e pigre cit­ta­dine pri­gio­niere di un tempo immo­bile, il deserto si è fatto fre­ne­tico, i suoi cen­tri abi­tati oscil­lano tra uno svi­luppo cao­tico e improv­vise deva­sta­zioni. E anche la prosa di Sada, rispetto a quella lenta e son­tuosa di Quasi mai, si adatta al cam­bio di passo e ricorre a frasi bre­vis­sime, cerca un ritmo più rapido, diventa con­cisa e con­cen­trata, ma non per que­sto meno «sadiana»: il lin­guag­gio con­ti­nua a intrec­ciare arcai­smi e neo­lo­gi­smi con ele­menti poe­tici e regio­nali, creando uno stile incon­fon­di­bile che mette a dura prova il tra­dut­tore e che, ine­vi­ta­bil­mente, è pos­si­bile resti­tuire in ita­liano solo in parte. Ma chi tra­duce, come chi legge, non potrà negare che valga almeno la pena di provarci.

di Francesca Lazzarato

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