Essere qualcuno

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Le tragedie come quella di ieri nel Mediterraneo lasciano senza parole. Per fortuna, però, non tutti le hanno terminate. La letteratura possiede una chiarezza e una verità che non possono essere eguagliate.


Essere qualcuno

di Fouad Laroui
da L'esteta radicale


Il custode dell’unico hotel di Khouribga era un uomo di bassa statura, nero di pelle e magro come un chiodo. Era taciturno e diffidente e sembrava evitare gli uomini. Parlava solo al direttore dell’hotel, che lo trattava con condiscendenza. Aveva un figlio di nome Lahcen che a volte gli faceva compagnia, nei giorni in cui la scuola era chiusa. Così, come il padre si sistemava su una sedia, all’ingresso dell’hotel, e guardava nel vuoto, le braccia ciondoloni, leggermente incurvato, il figlio si sedeva su uno sgabello e sollevava i suoi occhi timorosi sui passanti, senza dire niente, senza fare niente. Era un bambino timido, mingherlino, dai tratti negroidi e dallo sguardo spesso triste. A scuola era probabilmente bersaglio delle canzonature degli altri alunni perché era ingenuo, perché era brutto. Aveva la faccia da vittima.
Quando gli ingegneri dell’Ufficio Sceriffo dei fosfati andavano a bere qualcosa al bar dell’hotel, il ragazzino li contemplava da lontano. Se cercavano di parlargli, toccati dal suo sguardo malinconico, non diceva niente; indietreggiava a volte, lentamente, quando volevano dargli una monetina d’argento per andare a comprarsi delle caramelle. Quando gli chiedevano come si chiamava, non rispondeva. Dava l’idea di aver sentito la domanda, ma non reagiva, come se non avesse un nome. Gli ingegneri alzavano le spalle e dimenticavano il ragazzo selvatico.
Gli anni passarono. Gli uomini di Khouribga, che non trovavano lavoro nella regione, presero l’abitudine di andare a tentar fortuna in Europa, con una predilezione per l’Italia. E quando le frontiere dell’Europa si chiusero, quando divenne pressoché impossibile ottenere un visto, i più determinati si misero ad attraversare lo stretto di Gibilterra in piena notte, su imbarcazioni di fortuna. Centinaia di anonimi trovarono la morte nelle acque apparentemente tranquille dello stretto, nelle correnti invisibili e traditrici che facevano la guardia meglio di un esercito intero.

***

Lahcen ha ora vent’anni. Il ragazzino si intravede ogni tanto dietro l’uomo, quando sorride, per esempio, cosa che non gli càpita spesso. Sembra di leggere una certa volontà, alla quale si aggiunge un po’ di ostinazione, in quel mento prominente e nelle forti mascelle. È rimasto il bambino timido che era, in fondo, ma riesce a darla a bere grazie al suo fisico. La bocca larga con le labbra spesse trae in inganno, anche lei. Sembra indicare una sensualità che è lungi dal possedere, lui, l’uomo frustrato che non sogna, che non ha mai sognato. I suoi capelli crespi scoraggiano il pettine, quindi non se ne occupa, si accontenta di tagliarli cortissimi quando iniziano ad arricciarsi. L’aria ingenua di un tempo rimane in quell’abitudine di tenere la bocca aperta tutto il tempo, che lo fa sembrare un deficiente. Si legge invece una certa gravità, o forse è tristezza, nei suoi occhi un po’ prominenti. Non è molto grande ma ha ugualmente trovato il modo di incurvarsi, come se fosse intralciato dal suo corpo.
Nel complesso si è ulteriormente imbruttito, Lahcen, crescendo. Non si guarda spesso allo specchio, ma quando lo fa, dal barbiere per esempio, si rattrista e una domanda prende forse forma nella sua mente, anche se non la formula davvero. Si accontenta di distogliere lo sguardo. Il barbiere ha attaccato un po’ ovunque ritratti di attori celebri, ritagliati dai giornali e scelti probabilmente per la pettinatura folta e lucente che esibiscono. Gli occhi di Lahcen si posano a volte su Richard Burton, Farid al–Atrach o George Clooney. Si riempiono allora di un’ombra di malinconia.

Non avrebbe compiuto vent’anni, Lahcen. Il bello stretto di Gibilterra dove passano le navi e folleggiano i delfini sarebbe diventato il suo lenzuolo funebre e la sua sepoltura. Suo padre, sempre custode dell’unico hotel della città, avrebbe detto più tardi a un lontano cugino venuto a presentargli le sue condoglianze:
– Due giorni prima della partenza è venuto da me a chiedermi dei soldi. Molti soldi. Più di diecimila dirham! Ho subito capito che voleva andarsene, che se la sarebbe “filata”, come dicono.
Si asciuga una lacrima, lui, l’uomo taciturno. Nonostante l’aria testarda del figlio, le mascelle contratte, lo sguardo cupo, lui aveva cercato di discuterne.
– Diecimila dirham! Ma sei matto? Sai bene che non ho una somma del genere. Sono solo un custode… Non possiedo né terre né greggi. Vedi bene in che ristrettezze viviamo. Non ho questi soldi.
Il figlio, che solitamente non trovava mai le parole, aveva risposto con una tirata febbrile:
– Allora trovali! Abbiamo degli zii ricchi. Uno di loro è persino amico del re. – Era una leggenda che autorizzava la speranza quando tutto andava male. – A cosa serve la loro fortuna? Se non ti ingegni per trovarmi questa somma me ne vado comunque. Che cosa mi trattiene qui? La scuola non è servita a niente. L’Ufficio dei fosfati non ne ha voluto sapere di me. Sono disoccupato, senza alcuna speranza di trovare un lavoro. Attraverserò il mare a nuoto o andrò a gettarmi dall’alto di una montagna. Piuttosto la morte! Tutto piuttosto che questa vita che non è vita. Non sono nessuno qui. Almeno all’estero sarò qualcuno. Se continui a dirmi di no, lo giuro davanti a Dio, a partire da oggi non ho né padre né madre, vi rinnego per sempre!
Il padre era rimasto silenzioso. La violenza delle parole che aveva utilizzato il figlio, solitamente tanto timido e rispettoso, lo aveva stupito al punto che si era chiesto se avesse consumato hashish o dell’alcol. La città brulicava di ubriaconi e di drogati. Forse adesso frequentava brutte compagnie? Lahcen aveva battuto il chiodo.
– Dici di essere mio padre. Ma se non hai di che rispondere ai miei bisogni, perché mi hai fatto venire al mondo? Non ho chiesto io di nascere.
L’amico venuto a presentare le sue condoglianze scuote la testa. Conosce quell’argomento che utilizzano a volte gli adolescenti in rivolta da quando la televisione è ovunque. Un tempo, quando i ragazzi rispettavano i propri genitori, non si sentivano frasi del genere.
– Che cosa potevo fare? Se non gli avessi dato i soldi l’avrei perso. Magari sarebbe diventato un criminale… o un drogato, come se ne vedono sempre di più a Khouribga. Ho preso soldi in prestito a destra e a sinistra, ho chiesto un aiuto a certi ingegneri che vengono spesso all’hotel e gli ho dato la somma che chiedeva. E poi, per dimostrargli che… che ero con lui, che lo appoggiavo nella sua avventura, gli ho comprato io stesso un biglietto per Tetouan.
Mormora:
– Ho comprato a mio figlio un biglietto per la morte.
Abbassa la testa.
– Il giorno della partenza, ho detto a sua madre: «Vèstiti a lutto, donna, non rivedrai mai più tuo figlio». Era un presentimento.

***

L’imbarco ebbe luogo qualche giorno dopo la fine del Ramadan.
Lahcen, informato dal proprietario del Caffè, si unì a un gruppo di una ventina di uomini, per la maggior parte molto giovani, che venivano da Khouribga o dai villaggi circostanti. Hanno famiglia in Italia o amici, oppure conoscono vagamente qualcuno che vi risiede, un compatriota che è riuscito a fare la traversata prima di loro. Sperano di raggiungerli in quel paese della cuccagna, dileguarsi nella folla che immaginano ricca e indaffarata, trovare qualche modo per vivere, per sopravvivere. Lavoreranno nei campi, nelle fabbriche, nei mercati. In mancanza di lavoro, tenderanno la mano, discretamente. Tra qualche anno, con un gruzzolo in tasca, torneranno a cercarsi una sposa al paese e fonderanno una famiglia, qui o altrove, poco importa dove, poiché i soldi non saranno più un problema e godranno della stima e della considerazione di tutti. È quello il sogno che infesta i loro sogni.
Ci sono anche voglie meno confessabili, tornare in Mercedes con un clacson fantastico, l’orologio al polso, d’oro naturalmente. Questione di fare colpo su quelli che non hanno osato andarsene… A forza di sentire queste storie, persino Lahcen, che non sogna mai, si è messo a immaginare una vita diversa.
Nel frattempo, non avendo né un lavoro regolare, né capitali, né amici ben sistemati, questi uomini non hanno potuto ottenere il visto d’ingresso per l’Europa. Alcuni hanno passato giorni interi a fare la coda davanti ai consolati esteri, a Casablanca, hanno speso i loro risparmi per pagare i “diritti di segreteria”, a volte per tentare di corrompere dei funzionari, il tutto a fondo perduto. Sono stati opposti loro rifiuti definitivi. Del resto, la maggior parte non ha nemmeno provato. Conoscevano il loro posto, il posto di coloro a cui nulla è mai dato gratuitamente. Be’ pazienza, giocheranno d’astuzia o ricorreranno alla forza. Metteranno in gioco la loro vita. È tutto ciò che possiedono. È moltissimo. Non è poi tanto.
Intimidito, Lahcen guarda di nascosto i suoi compagni d’avventura, negli occhi dei quali si legge una determinazione feroce. Sono i desperados di Boujaad, di Oued Zem, di Fqih Ben Salah… Non sa bene come deve considerarli. Sono fratelli di sventura, “uno per tutti, tutti per uno”, che saranno sempre lì per aiutarlo in caso di un duro colpo? O sono forse avversari di cui diffidare? A volte si sentono raccontare storie orribili di uomini gettati fuori bordo dopo essere stati depredati dagli altri passeggeri, tutti in combutta… Cerca d’istinto un viso un po’ più garbato degli altri, vorrebbe avvicinarsi a uno di loro, legare il proprio destino al suo, crederlo fratello di sangue o fratello di latte, per affrontare meglio la scalogna che lo perseguita dalla nascita. Ma tutte le facce sono chiuse. Si sente terribilmente solo.
Il gruppo va in pullman a Tetouan, nel Nord del Paese, passando per Casablanca. Uno degli avventurieri, Abdeljebbar, un tizio alto e scheletrico tormentato da tic nervosi, si è procurato l’indirizzo a Tetouan di un certo Riffi che li metterà in contatto con uno scafista, un certo Hakim o Hakam, non si sa bene. Lahcen inizia a perdersi nella litania di nomi. In questa occasione impara che gli scafisti vengono chiamati raïs, un nome che significa solitamente “padrone” o “presidente”.
Raïs? Che onore per un furfante che si approfitta delle nostre disgrazie, pensa in un primo momento. Poi si ricrede. Dopotutto è normale che lo scafista se ne approfitti: non ha chiesto niente, siamo noi che abbiamo chiesto. E ci fa un favore enorme. Rischia la prigione se viene preso dalla polizia marocchina o dai guardacoste spagnoli. Rischia anche di dover pagare una forte multa o di prendersi una caterva di botte. Alla fine la vita non è rosea per nessuno. Che mondo di merda…
A ogni modo, questo raïs possiede una barca dal fondo piatto, del tipo che gli spagnoli definiscono pateras. L’informatore, lo scafista, la barca formano una catena magica che li porterà all’Eldorado europeo. Abdeljebbar mostra di quando in quando, con il gesto cauto di chi srotola la mappa dell’isola del tesoro, un pezzettino di carta su cui sono scarabocchiati, in penna a sfera blu, un nome e un indirizzo. Per il momento è la loro unica speranza.
Il mattino, di buon’ora, sono davanti all’indirizzo indicato, una casa a un piano in un quartiere popolare di Tetouan. Riffi, è probabilmente uno pseudonimo, sembra aspettarli. Al primo colpo assestato alla porta si presenta, guarda il gruppo di uomini con aria diffidente, quindi fa loro cenno di seguirlo. Non ha detto né buongiorno, né benvenuti, né niente di niente, come se non avesse tempo da perdere o come se quegli sventurati non fossero degni di essere salutati. Lahcen avverte una certa apprensione. Sebbene lui stesso non sia loquace, gli sembra che quell’assenza di civiltà sia di cattivo auspicio.
Riffi attraversa rapidamente la strada e apre la portiera di un camion in cattivo stato, coperto da un telone verde che ha conosciuto tempi migliori. All’ombra della portiera esige il pagamento immediato di duecento dirham a persona (è la somma convenuta); obbediscono tutti senza proferire parola. Soddisfatto, si issa nella cabina e fa loro cenno di sistemarsi nel cassone (decisamente non parla molto, quell’uomo che ha in mano il loro destino). Si arrampicano tutti nel cassone alla bell’e meglio e si siedono a contatto col metallo freddo. Si sente ancora l’odore delle pecore o delle capre che, sotto quel telone, hanno preceduto questo gregge di altro tipo.
Riffi guida con grande cautela, per non attirare l’attenzione della polizia o dei gendarmi, fino all’uscita dalla città; prosegue quindi per una buona ora in direzione nord. Arrivato in un luogo isolato, a strapiombo sul mare, ferma il camion. Gli uomini scendono uno alla volta dal cassone. Riffi li segue per assicurarsi che sia ben chiuso e si accinge ad arrampicarsi di nuovo nel veicolo, ma Abdeljebbar, che il possesso del pezzo di carta con l’indirizzo sembra aver promosso al rango di capo, gli blocca il passaggio. La faccia sussulta di tic.
– Ehilà! Dove stai andando?
– Me ne torno a casa a fare colazione. In bocca al lupo a tutti. Il raïs verrà a cercarvi.
Abdeljebbar esita perché Riffi ha detto tutto quanto come un’ovvietà, come fosse evidente. Gli uomini si guardano, indecisi. Lahcen vince la sua timidezza naturale e si piazza anche lui tra Riffi e la portiera del camion, che è rimasta aperta. Le labbra carnose gli tremano. Grida con voce incerta, deformata dall’angoscia:
– Ehi, ehi, fermo lì! Tu non ti muovi! Non te ne vai di qui finché non si fa vivo il raïs. Ti abbiamo dato duecento dirham a testa. Chi ci dice che non sia tutta una truffa? Chi ci dice che il raïs sta davvero per arrivare? Chi ci dice che esiste? Se te ne vuoi andare, restituiscici i nostri soldi e riportaci ad Al Hoceima.
Riffi, sbalordito, inizia a trattarlo con disprezzo. Farfuglia, rivolge ingiurie, dà a Lahcen del buzzurro, del sodomita, del figlio di negra, ma non c’è niente da fare: gli occhi prominenti del Khouribgui lanciano lampi, il corpo incurvato si raddrizza, non lo lascerà risalire sul suo camion. Abdeljebbar ha incrociato le braccia sul petto, si dà delle arie e dichiara a sua volta che vuole vedere con i suoi occhi Hakim o Hakam o «quale che sia il nome che gli ha dato il Diavolo». Gli altri approvano rumorosamente. Rendendosi conto che è di fronte a venti tipi che non hanno niente da perdere, Riffi alza le spalle, brontola qualche imprecazione e va a sedersi all’ombra del veicolo.
– Ebbene, aspetteremo insieme, – dice, furioso.
Passa una mezz’ora. I viaggiatori, seduti per terra, si proteggono come possono dal sole che inizia a dardeggiare. Alcuni si sono accesi una sigaretta per farsi coraggio. Altri chiacchierano a voce bassa. Altri ancora contemplano il mare, scrutano la linea all’orizzonte in cui credono di intuire le coste dell’Europa, non è che un’illusione, naturalmente. Alla fine una vecchia Peugeot grigia di polvere spunta sulla banchina. Due sagome occupano i sedili anteriori. L’autista rimane in macchina. Il passeggero esce. È un ometto piccolo, piuttosto magro, con occhi vivaci e i baffi neri, che Riffi presenta a tutti come il famoso Hakam, sbraitando qualcosa come: «Ve l’avevo detto, banda di somari, sono un uomo onesto, io, mi avete sospettato ingiustamente». Lo scafista incassa senza una parola i diecimila dirham in contanti che ciascun uomo ha portato con sé. È la tariffa regolamentare. Tutti la conoscevano e si erano preparati di conseguenza. Ma le mani esitano a dare, le dita si contraggono. Diecimila dirham sono una piccola fortuna.
Dopo aver incassato il denaro, Hakam va a consegnarlo al conducente della Peugeot. Quindi torna verso gli uomini che non lo hanno perso di vista un attimo. Il camion di Riffi è sparito in lontananza. Hakam, giocherellando con i suoi baffi, informa i passeggeri che il mare è molto agitato.
Abdeljebbar aggrotta le sopracciglia.
– E allora?
– Allora è meglio rinviare la data della partenza.
Il silenzio costernato che accoglie le sue parole è di breve durata. I venti uomini si mettono a parlare tutti insieme, gli uni minacciosi, gli altri rassegnati. Abdeljebbar, che si afferma sempre di più come il capo, li fa tacere tutti urlando: – Ehi, ehi! Lasciate che spieghi io come stanno le cose a questo tipo.
Hakam evidentemente non apprezza che gli si dia del “tipo”, lui che tiene in mano il futuro di questi venti contadini.
– Cosa, che cosa c’è? Conoscete il mare meglio di me? Eppure non c’è acqua da voi, dalle parti di Khouribga! Solo pietrisco e cheikhates, o no?
– Abdeljebbar, – Lahcen si è piazzato al suo fianco per fargli sapere che ha il suo appoggio, per mendicare la sua amicizia, non si lascia scoraggiare. Si avvicina allo scafista che non sembra avere intenzione di mettere in mare il suo scafo.
– Di’ un po’, non ti abbiamo rifilato tutti i nostri risparmi perché ci leggessi il bollettino meteo.
Questa premessa piace a tutti: l’espressione “bollettino meteo” la conoscono grazie alla televisione. – Mostriamo a questo piccoletto sfrontato che non siamo degli sprovveduti! – e lo fanno sapere rumorosamente.
Abdeljebbar continua, certo del sostegno dei suoi:
– Certo da noi non c’è il mare, ma abbiamo occhi per vedere. E che cosa vediamo laggiù? L’acqua è calma, ci sono solo delle piccole increspature. Non è questo a farci paura. Vogliamo imbarcarci immediatamente! Capito?
Adesso sono le undici del mattino. Hakam guarda gli uomini che ha di fronte, riflette per un attimo quindi chiama il suo accolito, che è rimasto nella Peugeot. I due uomini si lanciano in una discussione febbrile in Tarifit, dialetto che né Lahcen né i suoi compagni capiscono. Dopo qualche minuto, Hakam torna verso il gruppo.
– Siamo d’accordo. Ma visto che ho delle cose da fare ad Al Hoceima, sarà mio cugino Tahar a portarvi in Spagna.
Abdeljebbar trionfa: – Ah, ah! È per quello che non volevi portarci oggi. Perché hai delle faccende da sistemare! Non era il caso di raccontarci quella storia di mare agitato o di squali nelle onde!
Esagera, naturalmente. Nessuno ha parlato di squali. Ma Hakam lo guarda con aria stranamente calma, gli occhi un po’ spenti. Fa un tiro alla sua sigaretta con gli occhi fissi su Abdeljebbar.
– Puoi pensare quello che vuoi, fratello mio. In bocca al lupo.
E gira i talloni. Prende posto nella Peugeot, questa volta sul sedile del guidatore, mette in moto e la macchina sparisce in fretta.

Tahar, che non sembra molto loquace, guida il gruppo verso un anfratto nella costa. Lì c’è una specie di grotta con un bel mucchio di licheni verde scuro che sembrano marcire in un angolo. Tahar entra nella grotta, seguito da Abdeljebbar, Lahcen e gli altri, e inizia a ripulire. Ci si mettono tutti e presto spunta fuori la patera. Uno degli uomini ringhia:
– È troppo piccola, non ci terrà mai tutti!
Tahar fa un gesto per placarli.
– Pazienza, pazienza. È più spaziosa di quel che sembra. E ora, bisogna aspettare. Mi auguro che vi siate portati da mangiare.
– Aspettare?
– Be’ sì, non vorrete mica che si faccia la traversata di giorno? La polizia marocchina è ovunque e i guardacoste spagnoli pattugliano tutto il giorno. L’unica possibilità di passare è di notte.
Gli uomini si sistemano nella grotta. Alcuni si sdraiano sulla spiaggia nonostante le rimostranze di Tahar, che teme che li avvistino. Quelli che per sicurezza si erano portati dietro del pane, delle olive e dei datteri, li dividono con gli altri. Quando cala la notte, spingono tutti insieme l’imbarcazione verso il mare e vi prendono posto, alla bell’e meglio. Effettivamente riescono a starci tutti, ma devono stringersi l’uno contro l’altro. Lahcen si è tagliato il piede con un coccio di bottiglia mentre spingeva la patera sulla spiaggia, insieme agli altri.
Si rende conto ora che sta sanguinando copiosamente, ma non osa dirlo agli altri, per paura che lo obblighino a restare sulla riva. Chi gli restituirebbe i diecimila dirham? Nessuno. Stringe i denti e sta zitto.
L’acqua fredda affiora sul bordo della barca. Tahar avvia il motore, un motore piccolo piccolo che sembra pronto per essere buttato via. Crepita, quindi si mette a ronzare. Ecco, sono partiti, in rotta verso l’Europa! Sono tutti emozionati, eccitati e agitati al tempo stesso. Tahar ha chiesto loro di tacere e di tenere la testa bassa. Senza sapere che senso abbiano queste raccomandazioni, obbediscono.
A qualche centinaio di metri dalla riva si rendono conto che il mare è effettivamente molto agitato. Il raïs non aveva mentito. Ma se ci fosse davvero un pericolo, avrebbe rischiato la vita di un membro della sua famiglia? Lahcen, che è seduto accanto allo scafista, gli chiede a voce bassa:
– Di’ un po’, quell’Hakam, è tuo cugino vero?
– No, non è mio cugino. Perché?
Un peso si forma sullo stomaco di Lahcen. Il suo sesto senso lo ha appena avvisato. Sta per succedere una qualche catastrofe.
Un’ora più tardi è notte fonda e sono lontani dalla riva. Solo qualche luce scintilla lontano. Si vedono a malapena. All’improvviso, un’enorme onda, provocata probabilmente dalla scia di una nave cisterna, colpisce la barca come una frustata, e per poco non la fa capovolgere. Quelli che stavano assopendosi si svegliano di soprassalto. L’imbarcazione è ora piena d’acqua e, colmo della sfortuna, il motore si è fermato. Tutto beccheggia e non si vede dove finisce il mare e dove inizia il cielo, all’orizzonte. Due dei passeggeri si mettono a vomitare, sporgendosi fuori bordo ed emettendo borborigmi spaventosi. Il raïs d’occasione aggotta con le mani unite imprecando con furia. Lo imitano tutti e presto l’acqua è quasi del tutto eliminata. Tahar riavvia il motore. La barca riprende la corsa, sballottando. Abdeljebbar grida di colpo allo scafista:
– Fèrmati! Il tipo accanto a me è svenuto!
Tahar lo guarda, con aria sbigottita.
– Cosa vuol dire, fermati? Siamo in alto mare. A cosa serve fermarsi? Non sarà questo a rianimarlo. A ogni modo è solo un colpo di stanchezza.
Abdeljebbar si rende conto dell’assurdità della sua richiesta e si morde le labbra, seccato di essersi agitato. Si china sul ragazzo che giace ora, privo di conoscenza, accanto a lui. Lo scuote, ma invano. In quel momento un’onda ancora più alta della prima s’infrange sull’imbarcazione, sommergendola interamente. Questa volta, il motore esala l’ultimo respiro. Mentre lo scafista cerca di farlo ripartire, mentre gli altri aggottano, Lahcen si accorge che non c’è più nessuno accanto ad Abdeljebbar. Gli urla:
– Dov’è il ragazzo che è svenuto?
Abdeljebbar e gli altri sono lividi. Si guardano attorno, ma devono presto arrendersi all’evidenza.
– Allah! È stato trascinato via dall’onda!
Un ragazzino urla, prossimo all’isteria:
– Chi era? Qualcuno sa chi fosse?
Diverse voci mormorano, si mischiano.
– Era il figlio di Rahma, quella che vende la menta vicino al tribunale, a Khouribga.
Povera Rahma. Era il suo unico figlio. Nella tempesta, che ora imperversa, una voce chiara si mette a salmodiare dei versetti del Corano.
Alcuni dei passeggeri riprendono a voce bassa le parole di consolazione. È l’orazione funebre del figlio della venditrice di menta o la loro?
La barca viene sballottata sempre più dalle onde. Poiché il motore è in panne, non c’è altro da fare se non aspettare. Ma aspettare cosa?
Buona parte della notte passa così. Quando si fa giorno, il mare si è un po’ calmato. Non si vede il sole ma lo si intuisce dietro la foschia mattutina. Gli uomini strizzano gli occhi e scoprono di essere in alto mare, non si vede più nessuna riva, né quella dell’Africa né quella dell’Europa. Per quanto si voltino in tutte le direzioni, attorno a loro non c’è altro che una vasta distesa blu con luccichii bianchi in cima alle onde, le onde che sembrano mettere in scena un balletto crudele a perdita d’occhio. Questa immensa coltre che ondeggia senza fine li riempie di apprensione. Un ragazzo di cui sanno solo che si chiama Larbi e che viene da Bejaâd, si volta verso Tahar e gli chiede:
– Dove siamo? Dov’è, la Spagna?
Nella sua voce si mescolano inquietudine e collera. Tahar scuote la testa, prostrato.
– Ne so tanto quanto voi. Non so dove siamo.
Diverse voci si innalzano:
– Che cosa dobbiamo fare?
– Che cosa succederà?
– Fai andare il motore!
Tahar risponde solo a quest’ultima domanda:
– Ho provato tutta la notte. Non c’è niente da fare. Non abbiamo più un motore.
Qualcuno urla:
– Hai dei remi?
Tahar non risponde nemmeno a questa domanda. La patera è minuscola, possono tutti veder bene che non ci sono né remi, né canotto, né giubbotti di salvataggio. Che cosa si credono, questi idioti? Di essere in crociera?
– Smettetela di farmi la testa come un pallone. I guardacoste ci raccoglieranno, oppure saranno le correnti a spingerci verso terra. Se avete fortuna sarà la costa spagnola, altrimenti è il Marocco e avremo fatto tutto questo per niente. Non ci resta che aspettare.
Tutta la giornata trascorre nell’attesa. La barca viene agitata in tutti i sensi ma non sembra andare in una direzione precisa. Lahcen è assalito dal mal di mare, che gli rivolta lo stomaco e gli regala una violenta emicrania. Il piede tagliato, che si rimette a sanguinare di tanto in tanto, lo fa soffrire terribilmente. È come se tutte le sue forze se ne andassero per quella ferita che non si rimargina, bagnata dall’acqua salata mista a nafta. Gli altri sembrano essere messi male anche loro, ma nessuno si lamenta. Di quando in quando uno di loro si sporge fuori bordo per cercare di vomitare, per mettere fine al calvario. Quindi si raggomitola di nuovo nell’imbarcazione, la testa sulle ginocchia.
Vedono passare delle barche lontano, delle navi cisterna, dei traghetti. Dopo il freddo della notte, adesso è il sole che li acceca e brucia loro gli occhi. Verso la fine della giornata, Abdeljebbar inizia ad alzarsi e a fare gesti frenetici con le due braccia in direzione delle barche. Fatica sprecata. Non li vedono. O forse non capiscono che sono alla deriva. I guardacoste tanto attesi ora non si fanno vedere. Di quando in quando dei delfini vengono in gruppo a fare delle capriole davanti alla barca, per poi andarsene. Lahcen è affascinato da questi animali che non aveva mai visto in vita sua e che sembrano divertirsi mentre lui soffre atrocemente. Vale meno di un animale?
La notte ora è calata. Di nuovo le onde iniziano a urtare violentemente la barca. Gli uomini non mangiano niente da due giorni, da quando hanno lasciato Khouribga, a parte i datteri e le olive che hanno diviso nella grotta. Le misere provvigioni che rimanevano sono state portate via dalle onde. Le sigarette e i fiammiferi sono bagnati, inutilizzabili. Non hanno pensato di portarsi dietro dell’acqua dolce, convinti che per la traversata ci sarebbe voluta solo qualche ora.
Tre, quattro di loro sono svenuti, o forse sono solo addormentati, sfiniti dalla fatica. Tahar, che inizia a farsi prendere dal panico, ordina con voce acuta di gettarli in mare. Lo guardano con orrore, non è che un’ombra nella notte, forse è il diavolo, ma lui insiste, sostiene che quelli sono già morti (ma morti di cosa?) e che rappresentano un rischio se la patera viene fermata dagli spagnoli: questi ultimi vorranno aprire un’inchiesta se scoprono dei cadaveri, e metteranno i superstiti in prigione nell’attesa che si concluda l’indagine. Abdeljebbar si alza e giura a Tahar che lo getterà lui stesso in acqua se osa ancora suggerire una cosa simile. Lo scafista mormora qualcosa tra i denti e si raggomitola accanto al suo motore oramai inutile.
Poco dopo, nell’oscurità totale e nel fracasso delle onde, tocca ad Abdeljebbar svenire. Scivola sul fondo della barca ma l’acqua ghiacciata non lo sveglia. Lahcen si mette a urlare per farlo rinvenire, chiede aiuto allo scafista che non risponde, quindi, non sapendo cosa fare, prende Abdeljebbar tra le sue braccia e se lo stringe addosso. Vuole trasmettergli il calore del suo corpo perché l’altro non muoia di freddo. La barca balla sempre di più, sembra solo ondeggiare in un primo momento, poi degli scossoni improvvisi fanno perdere l’equilibrio a tutti coloro che non sono solidamente attaccati ai suoi fianchi. Sono tutti bagnati fradici fino alle ossa e fa sempre più freddo. Gli uomini che Tahar credeva morti hanno ripreso conoscenza, ma sono in pessimo stato. Tremano e fanno discorsi incoerenti. Qualcuno si è messo a pregare.

Lasciando andare Abdeljebbar, che scivola di nuovo verso il fondo della barca, Lahcen scoppia all’improvviso a ridere, una risata spaventosa, una risata da pazzo. L’atroce mal di testa è ancora lì, a trapanargli il cranio.
– Rientro a casa mia, – annuncia ai quattro venti, – sono stufo marcio di questa barca, sono stufo marcio di queste onde! Al diavolo l’Europa.
Una voce grave mormora:
– Sii paziente. Ritorna a Dio.
È la voce chiara dell’uomo che pregava prima. Lahcen, mescolando il riso alle lacrime, risponde:
– Dio? Cosa, Dio? Dov’è, Dio?
Gesticola in direzione dell’acqua:
– È là, nell’acqua? Perché è lì che finiremo, tutti insieme, come il figlio di Rahma. – Leva un braccio verso il cielo, l’indice teso. – Dov’è Dio? Là, lassù? Allora, ci guarda? Ci guarda mentre anneghiamo e non fa niente? È questo il suo piano? È per questo che ci ha creati?
Brandisce due mani con i palmi spalancati verso il Cielo invisibile. Urla: – Dove sei? Dove sei?
Solo il vento, che soffia a raffiche, gli risponde. Continua a urlare: – Dove sei? Perché io, io sono qui! E Tu?
La voce, impercettibile ora:
– Ritorna a Dio.
Lahcen scuote la testa. Si mette a battersi le cosce con i palmi aperti.
– Ragazzi, sono io a portarvi sfortuna. Mi scoppia la testa.
Ride più forte ancora. Tutto il suo corpo sussulta.
– Vi dico che ho la iella addosso. Non ho mai avuto fortuna in vita mia. Guardatemi! Ci sono persone belle ed educate, ci sono persone ricche. E io, che cosa sono io? Niente di niente! Né educazione, né salute, né denaro! Non sono niente.
– Ritorna a Dio.
– Non sono niente! E volevo essere qualcuno… Volevo andare in Italia! Ma che cosa vuole saperne l’Italia di me? Guardate che faccia ho: è una faccia che può andare in Italia? Non ne hanno mai viste di facce come questa. Non mi merito nemmeno di vivere nella mia stessa topaia! Non mi merito nemmeno di vivere, semplicemente!
– Ritorna a Dio.
Lahcen urla come un ossesso:
– Che palle, tu e il tuo Dio! Se scendesse, adesso, in questa barca di merda, se apparisse davanti a me, Gli sputerei in faccia! Che cosa ha mai fatto per me, il tuo Dio? Guardate che faccia mi ritrovo, che brutta faccia! Ecco, cos’ha creato! E che cosa mi ha dato? Miseria, miseria tutti i giorni! E i cristiani? Fanno la bella vita, mangiano bene tutti i giorni, hanno delle case comode, dei vestiti nuovi, delle macchine! Noi siamo nella merda e loro nel lusso! È questo che vuole, il tuo Dio? E adesso, in questa barca… Mi scoppia la testa! Mi sanguina il piede! Perché il motore si è spento? Perché questa tempesta? Perché questo freddo? Perché ci uccide tutti, uno dopo l’altro, il tuo Dio? Che cosa Gli abbiamo fatto? Ci ha creati per meglio prendersi gioco di noi? È così, eh? Si diverte con noi, come un gatto con i topi? Rispondi! Rispondi!
– Ritorna a Dio.
Lahcen si mette a singhiozzare.
– Fratelli miei, sono io che vi porto sfortuna. Dio mi odia, non so perché, non ci capisco niente. Eppure non Gli ho fatto niente. Tutto quello che volevo era essere qualcuno… Me ne torno a casa, a piedi. In bocca al lupo a tutti, speditemi delle cartoline dall’Italia. E tu, smettila di parlarmi di Dio. Guardami: se Dio può tutto, allora camminerò sull’acqua e me ne tornerò a casa, a Khouribga.
Lahcen si tira su, scavalca il fianco della barca e si mette a camminare sull’acqua. O almeno così crede. In realtà è caduto come un sasso nell’acqua tetra che lo ha inghiottito istantaneamente e si è richiusa. Nessuno ha avuto il tempo di trattenerlo. A ogni modo, non si vede nulla. Nell’agitazione che segue, Abdeljebbar torna in sé. Che cosa sta succedendo? Qualcuno gli dice a voce bassa che il suo amico è caduto nell’acqua ed è affogato.
– Che amico? Ah, il piccolino nero… Poverino. In realtà non lo conoscevo nemmeno. Qualcuno lo conosceva?
Una voce incerta risponde:
– Credo che si chiamasse Lahcen. Era il figlio del custode del
l’hotel di Khouribga. Poverino, non ha mai avuto fortuna.
La voce che continuava a salmodiare preghiere intervenne:
– Peggio ancora: è morto da nemico di Dio. Nessun perdono possibile.
Abdeljebbar mormora:
– Taci, tu, cosa ne sai? Dio è misericordioso. Può perdonare tutto.
Presto, al mattino, i guardacoste spagnoli intercettarono la patera. Issarono a bordo i suoi occupanti, intirizziti dal freddo, e diedero loro coperte, caffè, pane con pomodori e formaggio. Uno dei guardacoste prese un taccuino e una penna e scrisse il numero di uomini e la loro età approssimativa. Non era il caso di chiedere i loro nomi, avrebbero dato una risposta qualsiasi. Quanto ai documenti di identità, quelli che tentavano la traversata dello stretto non li avevano mai con se. Chiese in arabo, un arabo molto rudimentale, se c’erano tutti, se nessuno era morto durante la traversata. Debitamente istruiti da Tahar, nel momento in cui avevano visto arrivare i guardacoste, gli uomini imbacuccati nelle coperte risposero a una sola voce:
– Siamo tutti qui. Non manca nessuno.
Abdeljebbar ripeté con voce forte:
– Nessuno.

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