Indipendenti nel 2015

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Si era scritto in qualche intervento precedente, a proposito del mercato, delle collocazioni e dei posizionamenti al suo interno, che si sarebbe ragionato più avanti sulla parola “indipendente”. Crediamo sia arrivato il momento giusto, soprattutto in occasione della recente mondazzolizzazione dell’editoria italiana che ha lanciato il primo scossone allo status quo della situazione produttiva e distributiva in Italia. Breve riassunto. Per reagire alla crisi, Mondadori acquista RCS libri (Calasso e Adelphi si sganciano dall’accordo), dando il la alla creazione di un organismo elefantiaco, un soggetto capace di controllare il 40% del settore, e che non ha di fronte in Italia alcun concorrente di pari dimensione. L’idea è di accorpare funzioni e fornire il beneficio di costi ridotti e vantaggi diffusi. Molti ci cascano, pochi si accorgono che a lungo andare ne va di mezzo la possibilità di una reale libera scelta. Compriamo ciò che ci viene offerto, preferibilmente ciò che è scontato, cerchiamo più raramente ciò di cui abbiamo desiderio. Moltissimi, giustamente preoccupati da una tale concentrazione di potere, si sono rifugiati sotto le rassicuranti - e ottimamente spendibili in tempi in cui l'immagine conta più del prodotto - bandiere dell’indipendenza. L’essere indipendenti è divenuto un marchio di fabbrica a buon mercato. Fregiarsene non costa nulla e i vantaggi sono oltremodo innegabili: chi non è vittima, infatti, del brutale attacco alla democrazia dei colossi editoriali? Chi non si erge a paladino della bibliodiversità minacciata dal sistema? La retorica dell’indipendenza è stata funzionale a una stagione differente, in cui era necessario ricercare aggregazioni, proporre esperienze, cercare visibilità partendo da zero o quasi. Ora, per dirla tutta, non comunica più nulla. Anzi, comunica una visione manichea della realtà, dove i buoni e virtuosi stanno tutti da una parte a lottare contro i perfidi alfieri del male. Quando lo sconto governa le coscienze, ai più l’indipendenza del prodotto non aggiunge nessun plusvalore. Sappiamo bene che la realtà è differente. L’indipendenza di per sé non garantisce la qualità dei progetti e dei prodotti così come non certifica la totale e costante correttezza delle pratiche. Come se Mondazzoli non producesse anche qualità o come se tutti noi fossimo sempre integralmente irreprensibili - qualunque ne sia il motivo - nella gestione dei pagamenti ai nostri fornitori. Oppure come se nel novero degli indipendenti non rientrassero, di fatto e di diritto, anche le cosiddette case editrici a pagamento, che in effetti sono indipendentissime. Anche da un punto di vista del branding, quindi, la retorica dell’indipendenza è dannosa e controproducente. Promotori di associazioni, premi e iniziative che fanno dell’indipendenza la propria primaria ragion d’essere, forse dovremmo focalizzare la comunicazione su altri obiettivi. Ciò che ci rende veramente differenti dal mainstream editoriale non è la cosiddetta indipendenza. Di sicuro è la libertà dalle mode e dai soltti, la riflessione letteraria, la capacità e la possibilità di riadattare le scelte agli sviluppi letterari prima ancora che editoriali, è lo sperimentalismo dei nostri progetti e cataloghi, la qualità dei nostri prodotti, la cura con cui vengono seguiti, editati, tradotti, realizzati e così via, l’incredibile inventiva con cui portiamo avanti un modo di essere in libreria, un modo di comunicare i nostri volumi che non è solo fatto di lanci stampa, best seller, ossessione della novità e così via. In poche parole, ciò che ci rende differenti è il modo in cui lavoriamo. Così come differente è il lavoro dei librai di consiglio di fronte ai supermercati del libro. Crediamo che dovremmo davvero ragionarci su, i tempi sono probabilmente maturi.

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