Un esordio unico

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Questo interessante approfondimento è apparso su Vespertilla nov-dic 2012 a firma di Michela Barbieri.

 

Una bella scoperta i racconti di Deborah Willis, giovane scrittrice canadese portata in Italia dall’editore Del Vecchio che ne pubblica in traduzione la prima raccolta in volume, Vanishing and other stories, con il titolo Svanire.

 

Svanire, racconto eponimo posto ad apertura del volume. Forma enigmatica dell’esistenza che rimanda a qualcosa di inafferrabile e sfuggente, ma anche al tentativo della scrittura di fissarne l’essenza, di afferrare l’istante che racchiuda in sé il senso ultimo o la traccia emotiva di un’esperienza umana.

 

Ecco, dunque, nei quattordici racconti della Willis una serie di storie personali, biografie abbozzate, ritagli di vita. Vicende colte nel loro punto di svolta, crisi, presa di coscienza, evento traumatico o di crescita che sia, vissuto da e con il personaggio. Forse, meglio, recuperato insieme a lui al termine di un lavoro di scavo, di ripensamento da cui scaturisce (e di cui è prova) la possibilità del racconto. Solo il racconto infatti segna il passaggio dall’inconsapevolezza dell’agire alla conoscenza di sé. Solo la possibilità di riferire l’accaduto, che a farlo sia una voce in prima persona o quella del narratore, consente di tirarsi fuori dal flusso caotico in cui gli individui sembrano muoversi, confusi o inconsapevoli, per conquistare un nucleo di verità. Non importa se parziale e non definitiva.

 

Così, nei racconti, si dipanano storie diverse ma accomunate da una medesima tensione dei protagonisti, impegnati nella ricerca del proprio posto nel mondo, nella sperimentazione – e nella rievocazione – di relazioni che non sono mai realmente concluse, anche quando sembrano effimere. Storie che sono in fondo, per i personaggi, il costante riproporsi di un passato inestricabilmente intrecciato al presente, osservato non importa da quale punto esatto della propria biografia personale, da quale età anagrafica. È sufficiente che sia possibile guardarsi indietro e scoprire un altro sé.

 

In Atmosfera è una ragazza di città, evoluta, sfrontata, che irrompe nella routine di una remota campagna a sconvolgere l’esistenza di un padre chiuso nella gabbia della perdita e dell’abbandono, e della figlia di lui, avida di un’amicizia assoluta ed esclusiva, mettendo alla prova se stessa e la propria vulnerabilità. Il bisogno, la scoperta dell’amicizia e dell’amore sono centrali pure nel racconto Il planetario, anche se l’amicizia è un misto di ammirazione, odio e pietà e l’amore è un contatto tenero e acerbo, ricercato senza un vero perché. Adolescenza e sorellanza si confrontano, ne La separazione, con il mondo dei grandi che sembra abbastanza ridicolo a chi si sente già affrancato da ogni tutela, preludendo a quel superamento della soglia dell’età adulta che ritorna come leitmotiv in altri racconti.

 

Così, se Quest’altro noi è la storia di una singolare convivenza, appassionata e irresponsabile, che lascia ferite aperte, ma spalanca le porte al futuro, l’attenzione si sposta, ne La fiancée, sulle scelte di libertà o dipendenza, di emancipazione o di conformismo messe in atto dalla protagonista. Il passaggio all’età adulta è vissuto come gioco, a metà fra slancio generoso e spensierata immaturità, in Frank, ma segna comunque un punto di non ritorno. Frank che incide nella memoria anche il ritratto del piccolo coprotagonista del racconto, rivelando nell’autrice una sensibilità particolare nel penetrare e rappresentare l’universo dell’infanzia. Sono molti i bambini che abitano i racconti della Willis. Guardano il mondo con insospettata lucidità e cercano il tepore di un contatto autentico con adulti distratti, feriti, induriti dalla vita. Per diventare anch’essi, da grandi, esseri sofferenti, assillati dal riemergere del passato nella difficile ricerca di una positiva affermazione di sé, o capaci di trovare una via di fuga, un varco insperato che li sottragga a un destino già scritto. In Affidarsi, sembra incrinarsi con l’età adulta il rapporto tra una figlia e suo padre. E la sofferenza si specchia per quest’ultimo nella sofferenza di quando era bambino, per l’assenza di una figura paterna. Mentre, in Lingue romanze, il filo sotterraneo che lega passato e presente è il desiderio di una casa che sia famiglia per la piccola protagonista e per il suo alter ego adulto. Storie familiari, quelle della Willis, in cui anche dove c’è l’esperienza di un passato inquietante o traumatico, come in Ricorda, rivivi, sembra non esserci in fondo troppo spazio per la tragedia, ma prevale infine la quieta accettazione di una realtà imperfetta, l’accordarsi al ritmo della vita che ritrova i suoi precari equilibri. Come avviene in And the living is easy, dove una speranza di felicità viene colta anche a prezzo di una sofferenza inflitta. O in Fuga, dove l’annullamento di sé che fa seguito a un lutto viene spezzato da un incontro, da un gesto, dall’idea di un amore, non importa quanto reale o illusorio.

 

Quello della ricerca dell’amore, dell’aspirazione all’autenticità nelle relazioni affettive è uno dei temi dominanti nelle short stories della Willis, che analizza le dinamiche mai risolte di empatia e ostilità, complicità e incomprensione, fiducia e tradimento del rapporto uomo/donna. In Presa, l’ipotesi di un amore nuovo, di una vita diversa, più libera sembra poter scardinare la serenità di un matrimonio, quali che siano le conseguenze. Mentre in Tracce, l’indagine sui retroscena di un rapporto coniugale porta alla scoperta di qualcosa dell’altro e di qualcosa di sé: oltre l’amara constatazione della distanza che separa un uomo e una donna nella loro vita comune, la percezione di uno spazio intimo, personale, segreto che ciascuno inevitabilmente coltiva. Ed è dal tentativo di scoprire le ragioni della scomparsa improvvisa di un uomo – marito, genitore, professionista e scrittore – che nasce anche la trama di Svanire, nel quale la biografia della protagonista è incessantemente riletta alla luce dell’abbandono di suo padre. Un evento apparentemente immotivato che getta un’ombra di tristezza sulla vita della piccola Tabitha, ma le conferisce un’acuta consapevolezza delle cose umane. Il racconto procede su un doppio binario. Alla narrazione degli eventi che seguono immediatamente la scomparsa, in bilico tra l’attesa di un ritorno e il materializzarsi della tragedia, si alternano senza soluzione di continuità la descrizione degli antefatti e il resoconto degli anni a venire: la giovinezza esuberante di Tabitha, il suo matrimonio, la sua carriera di successo e il suo rintanarsi nell’anonimato. Un procedimento per piani paralleli che, rimescolando la successione temporale, concentra in un eterno presente il suo trauma, i suoi interrogativi, il progressivo svelamento della verità. L’intreccio di sequenze dà conto istantaneamente del prima e del dopo e impedisce un’adesione immediata, emotiva alle vicende della protagonista. Stabilisce anzi, di proposito, una distanza, uno spazio nel quale si deposita la consapevolezza acquisita. Ne deriva una sorta di scollamento dalla realtà, osservata con uno sguardo, se non più freddo, più meditato. Una tecnica del distacco, si potrebbe dire, quella adottata dalla Willis, che torna in altre forme in altri racconti.

 

Il ricorso alla narrazione ipotetica, a un “tu” che usurpa la prima persona del protagonista, il peso di una narrazione al futuro che è profezia necessitante, a posteriori, sono tutti strumenti che inducono nel lettore una sorta di spaesamento: la vertigine di chi vede gli eventi e insieme ne può razionalmente percepire, negli esiti, il carattere irrisolto, la contraddittorietà. Ma un distacco che diviene infine un’immedesimazione potenziata, di secondo grado. Perché quello spaesamento, quel senso di squilibrio tra desideri ed esiti, tra aspettative e realizzazioni finisce per coincidere con l’esperienza di insoddisfazione, di precarietà che è propria anche di chi legge. Come propria di chi legge è anche la tensione continua, di segno contrario, alla ricerca di un contatto, la volontà di mettersi sulle tracce dell’altro o di scavare dentro di sé per colmare quella distanza, per vincere l’inadeguatezza stessa delle parole a definire la realtà, da cui scaturisce l’urgenza narrativa della Willis.

 

Che siano donne enigmatiche o fragili, disarmanti nella loro semplicità, comunque dotate di una forza epifanica non comune, uomini messi a nudo nelle loro debolezze o nella delicatezza delle aspirazioni più intime, l’essere umano è sempre al centro del racconto. Senza inutili intellettualismi, senza psicologismi di maniera, con una prosa semplice, una lingua priva di orpelli che si adegua alla spontaneità dei gesti, dei pensieri, delle parole, la Willis disegna una teoria di figure a loro modo memorabili. Personaggi a volte lasciati in sospeso, mentre la vita continua. Salvati a volte da un’ironica curvatura dell’esistenza, dal coraggio di guardare oltre o di accettare con grazia i limiti del vivere.

 

Michela Barbieri

 

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