La vergine olandese

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Maastricht, 1936.

"Egon von Bötticher era bello, la sua cicatrice era brutta. Una ferita sgraziata, inferta con un’arma senza filo da una mano insicura. Poiché non mi era stato detto nulla, mi conobbe come una ragazza spaventata. Avevo diciott’anni e vestiti decisamente troppo pesanti quando scesi dal treno dopo il mio primo viaggio all’estero. Maastricht–Aquisgrana, una corsa da nulla. Mio padre mi aveva salutata alla partenza. Me lo vedo ancora lì, dall’altra parte del finestrino, sorprendentemente piccolo e magro, mentre le colonne di vapore si alzano alle sue spalle. Ebbe un buffo sussulto quando il capotreno diede due colpi di martello per chiedere di liberare i freni. Accanto a noi scorsero i vagoni rossi giunti dalle miniere, poi una filza di carri bestiame mugghianti, e in quel frastuono mio padre diventò sempre più piccolo fino a sparire oltre la curva. 
Tra le due stazioni correvano quaranta chilometri, tra i due vecchi amici vent’anni. Sulla banchina ad Aquisgrana, Von Bötticher guardava dall’altra parte. Sapeva che sarei stata io ad andargli incontro, era quel genere d’uomo. E aveva ragione: capii che il gigante abbronzato con l’homburg color panna doveva essere lui. Sotto al cappello non portava un completo, solo una polo di lana pettinata e dei pantaloni come da marinaio, con un’ampia fascia intorno alla vita. Molto alla moda. E poi arrivai io, la figlia, con uno scamiciato tutto rattoppi. Quando mi volse la guancia lacerata, mi ritrassi. La carne selvaggia si era schiarita negli anni, ma era rimasta rosa. Il mio spavento, credo, lo infastidì; ovviamente aveva già visto quello sguardo. Abbassò gli occhi sul mio petto. Strinsi il mio medaglione per nascondere il poco che si vede sotto un vestito simile. – Tutto qui? Alludeva ai bagagli. Tastò la mia borsa della scherma, sentì quante armi conteneva. La valigia dovetti portarla da sola. Ben presto l’immagine romantica che avevo del mio maestro prima di incontrarlo svanì.
[…]
Mettete due specchi l’uno di fronte all’altro e ciascuno mostrerà entrambi. I loro riflessi appariranno sempre più piccoli e indistinti, ma il precedente non si dileguerà in favore del successivo. Lo stesso accade con certi ricordi. Non si riscattano mai dalla prima impressione in cui è cinto un ricordo più vecchio. L’anno prima ero andata al cinema a vedere Il castello maledetto, con Boris Karloff, noto per Frankenstein, nel ruolo di punta. Raeren mi ricordò quel film, o almeno allora mi sembrò di scorgere una somiglianza. Sapevo già che nei miei ricordi avrei continuato a vedere il castello del film, che le finestre sarebbero state sempre aperte e le tende mosse dal vento, che gli specchi sarebbero rimasti rotti e la vite intorno al portone morta e avvizzita."

In arrivo, a PLPL La vergine olandese di Marente De Moor. Perché nella letteratura abbiamo bisogno anche di narrazioni, di storie, di mondi, di sguardi.

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