Si può fare.

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Con il suo inconfondibile timbro narrativo Birgit Vanderbeke ci introduce a un nuovo capitolo della sua frastagliata rappresentazione della contemporaneità. L’intenzione non è mai dichiarata – poiché Vanderbeke è uno di quegli scrittori assolutamente non disponibili a prendersi troppo sul serio – ma di fatto quella che si va configurando, nelle sue opere, con prospettive e tonalità diversamente modulate, risulta un’accurata cartografia non solo della nostra storia più recente e dei nostri habitat economici, geopolitici e sociali, ma anche delle sempre meno decifrabili relazioni personali, dei desideri e delle motivazioni di più generazioni interconnesse.
Sul paradossale nodo tematico della necessità e insieme dell’impossibilità, in un contesto fortemente contrassegnato dall’inautenticità, di relazioni autentiche, questa autrice ha scritto pagine di estrema sottigliezza intellettiva e psicologica: basti pensare a quella rete di beffarde e spesso dolorose incomprensioni reciproche che costituisce la sostanza di Alberta riceve un amante (1997; Marsilio 1999) o alla radicale ribellione attuata dagli adolescenti di Sweet Sixteen (2005; Del Vecchio 2009) che, in un mondo troppo pieno e fastidiosamente illuminato, al compimento dei sedici anni decidono di eclissarsi. C’è un malessere di fondo in tutte le opere di questa scrittrice, a partire da La cena delle cozze (1990; Feltrinelli 1993), il debutto che le valse il prestigioso Premio Ingeborg Bachmann; un malessere che non è soltanto individuale, ma anche e soprattutto collettivo, derivante dalla consapevolezza di un corpo sociale sempre più vampirizzato dall’economia, sempre più stordito da pulsioni coatte al consumo, da parole d’ordine e stereotipi globalizzati e dunque in debito di ossigeno, di capacità d’ascolto, di creatività. Non si limita, Vanderbeke, a esercitare le sue doti critiche, che pure sanno foggiare forme espressive di acuminata ironia; accanto alle modalità di critica e di ribellione, sempre attive nelle sue trame, si vanno delineando con sempre maggiore urgenza rappresentativa, ipotesi alternative: sarà dunque particolarmente interessante verificare come in questo suo ultimo romanzo Si può fare, alla corrosiva rappresentazione delle convenzioni sociali e dei modelli consolidati si affianchino la definizione e la messa in opera di progetti che pur risultando, nella loro fase iniziale, prettamente individuali, hanno come obiettivo ultimo proprio lo smantellamento di quelle convenzioni e di quei modelli.
E si potrà osservare, inoltre, come la varietà delle tematiche affrontate trovi un corrispettivo nella duttilità delle risorse espressive messe in campo dalla scrittrice: il tono satirico e il distanziamento ironico, le veloci e mirate incursioni nella storia tedesca e mondiale, la forte presa sulla realtà e la capacità di distaccarsene con un guizzo, la scelta di avvalersi del ritmo sincopato e inquieto del linguaggio parlato.
Entriamo così nel vivo di Si può fare: e già nel titolo è racchiuso in nuce un intero percorso, perché questa frase, da umile biglietto da visita con cui il protagonista si presenta nella storia, è destinata a trasformarsi in un possibile manifesto collettivo. Tutto ruota intorno alla figura di Adam Czupek che al netto dell’ironia (da cui nessuno, nemmeno il protagonista, è risparmiato) sembra configurarsi come l’uomo nuovo, il primo dell’era post–consumismo. Nella società berlinese dove, secondo la sarcastica interpretazione dell’autrice, tutti erano in qualche modo di sinistra, perfino quelli più imbottiti di privilegi e pregiudizi, Adam è un outsider non per scelta eversiva bensì per “diritto di nascita”. Ceto popolare, una famiglia di cinque figli, una madre etichettata come pazza, un’esperienza di lavoro precoce: c’è quanto basta per qualificare Adam irreparabilmente “fuori”. La sua compagna, una logopedista a cui è affidato il ruolo dell’io narrante della storia, è invece una di quelle persone
che, come lei stessa ammette, sono “dentro in automatico” e di questo star dentro, all’interno di una benestante e colta famiglia di sinistra che ama l’operaio brechtiano ma disprezza quello in carne e ossa, ci offre una sapida quanto tagliente descrizione. Nel gioco del Monopoli che negli anni Ottanta idealmente campeggiava su tutti i tavoli – da quelli dell’alta finanza e della politica fino a quelli dei salotti piccolo borghesi – e che a partire dalla caduta del Muro, com’è ricordato nel romanzo, investì la totalità della Germania, quelli come Adam sono da sempre confinati nel Vicolo Corto. Ritorna quell’immagine del Monopoli, metafora dell’accaparramento su scala mondiale e “gioco di merda” secondo l’icastica definizione di Adam, che avevamo già trovato nel romanzo Vedo una cosa che tu non vedi (1990; Marsilio 2001), storia di una fuga dal troppo pieno e inutile della vita berlinese in un paesino nel Sud della Francia, dove riscoprire l’essenzialità del vivere (un bel giorno, nella casetta in cui abita la protagonista insieme al figlio piccolo si presentano due turisti che iniziano subito a progettare modifiche in grande stile. Alla curiosità del figlio, la madre replica con l’ironia: «Questo è ancora Vicolo Corto, ma lo stanno risanando e appena finiti i lavori sarà Parco della Vittoria con albergo»). La suprema beffa insita in un processo economico spinto a velocità sempre più sconsiderata fino a far scoppiare “la grande bolla” (evento che naturalmente occupa il suo posto di rilievo nella trama del romanzo) consiste nel fatto indubitabile che la dicotomia dentro/fuori messa temporaneamente in sordina, tra gli anni Ottanta e Novanta, dalle illusioni di un consumismo più spicciolo che pareva estendersi a molti è resuscitata più aggressiva e virulenta che mai, spingendo nelle tenebre e nell’abbandono del “fuori” anche molte categorie di persone che prima stavano dentro, sia pure ai margini, e s’erano scavate una piccolissima nicchia che mai pensavano di dover abbandonare. È proprio in questa transizione drammatica della storia mondiale che uno come Adam, sempre accompagnato e protetto, in qualche modo, dalle canzoni di protesta dei Ton Steine Scherben, può giocare la sua carta. Adam non ha paura di sporcarsi le mani, e se riesce a recuperare non solo un elettrodomestico guasto o qualunque oggetto che potrebbe ancora funzionare, ma perfino una panchina disastrata, se la porta a casa e le trova posto nel suo deposito perché si può sempre aggiustare. C’è infine un briciolo di giustizia anche per quelli come lui: il piccolo prato su cui, a distanza di anni e di fatiche, potrà collocare finalmente la sua panchina rimessa a nuovo, vale come una battaglia vinta. Ma prima occorrerà capire in che modo l’operaio di città Adam è arrivato al suo prato. La svolta, come racconta la sua compagna perennemente indecisa – secondo la strategia di distanziamento ironico messa in atto dalla scrittrice – se l’averlo incontrato sia stata la sua salvezza, la sua rovina, o entrambe le cose, avviene quando, genitori di due figli e stremati da una città e da un modo di vivere che li spingono sempre più “fuori”, intravedono la possibilità di cambiare vita. A Ilmenstett, “a Ilmenstett mammamialaggiù!”, come più volte ripetono i personaggi, che non suona certo come lo struggente “A Mosca! A Mosca!” delle tre sorelle cechoviane, ma che comunque per Adam, la compagna e l’amica psicoanalista Fritzi (anche qui il tocco d’ironia nel riferimento all’operetta L’amico Fritz) si configura come una praticabile via d’uscita. C’è una casa, ereditata da Fritzi, da rimettere a posto; c’è la possibilità di sperimentare una convivenza assai diversa dal modello delle comuni anni Settanta in cui tutti – come viene sarcasticamente annotato – nutrivano una profonda avversione per il lavoro manuale; si profila l’opportunità di fare nuove e produttive conoscenze nel senso più pieno del termine: sarà infatti l’incontro con il contadino Holzapfel il nucleo generatore non solo di un ritorno alla terra, secondo le migliori tradizioni (e senza le peggiori innovazioni come il Roundup Ready, ovvero le colture transgeniche), ma anche di una serie di attività connesse tra loro e capaci di dar vita a un diverso processo economico, sociale e culturale.
Il modello comportamentale del “si può ancora aggiustare” finisce per produrre qualcosa di più di un semplice cambiamento delle abitudini; è piuttosto l’innesco di una mentalità non più votata al consumo e allo spreco bensì indirizzata al lavoro manuale, alla manutenzione intelligente, all’arte della riparazione e del recupero. Forse può valere non solo per gli oggetti: e difatti, parallelamente al lavoro di Adam, si sviluppano sia l’attività della sua compagna che, da logopedista, cerca con pazienza e tenacia di aggiustare le falle del linguaggio, sia il lavoro di Fritzi, psicoanalista specializzata nel rattoppare i buchi dell’anima senza alcun ausilio chimico.
Non manca, nella trama, un ingrediente particolarmente caro alla scrittrice, la convivenza tra persone di diverse culture e mentalità che era stato il tema privilegiato del precedente romanzo La straordinaria carriera della signora Choi (2007; Del Vecchio 2011): la famiglia turca Özylmaz, che gestisce una tavola calda a Ilmenstett, è coinvolta a pieno titolo nelle attività di Adam che inizia ad allevare una magnifica razza di polli dal piumaggio da favola e la carne esente da ormoni. E sarà proprio la preparazione in comune di un piatto etnico, il gustoso mechoui marocchino, a siglare l’alleanza tra il berlinese Adam, l’autoctono Holzapfel, l’italiano Massimo Centofante, compagno di Fritzi, e la famiglia Özylmaz. Si sbaglierebbe però a credere che regni solo armonia in questa fase che pure sembra inaugurare una nuova vita per molti dei personaggi; incomprensioni e fraintendimenti sono ancora in agguato e la caccia al capro espiatorio della frustrazione e del risentimento collettivi, a Berlino come a Ilmenstett, o in qualunque altro posto, è sempre aperta. Niente di cui stupirsi, dal momento che Ilmenstett o Mysteryland non è la magica sede della favole a lieto fine, dove tutti inderogabilmente “vissero felici e contenti”, né lo scintillante luogo dell’utopia variamente frequentato da filosofi, ideologi e artisti di ogni tempo. Ilmenstett è, molto più semplicemente e senza alcuna presunzione di verità assoluta, il luogo periferico eppure in qualche modo centrale della nostra geografia sociale e interiore in cui, tra oscillanti pregiudizi e difficoltà di ogni genere, è comunque possibile iniziare a pensare in modo diverso e provare ad aggiustare ciò che non funziona.
Che sia proprio questo il sintomo di una possibile, autentica rivoluzione?

MARIA VITTORIA VITTORI

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