Colette à la guerre

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di Angelo Molica Franco

C’è un modo semplice per capire se ci troviamo di fronte a un mito: per identificarlo sono sufficienti o il nome di battesimo o il cognome. Dalla musica alla moda, dalla pittura alla letteratura. La Callas, Chanel, Picasso, Colette.
Colette è stata soprattutto una scrittrice, il ’900 la ricorda così, ma dobbiamo prima di tutto dire che è stata un’artista. Mimo, attrice, giornalista, imprenditrice, donna libera, sceneggiatrice, drammaturga, modella.
Il padre, Jules Joseph Colette, è un capitano degli zuavi la cui carriera si conclude sfortunatamente per via dell’amputazione di una gamba. Un dettaglio, però, sembra essere una delle chiavi di volta della luminosa predisposizione alle lettere della figlia. È un uomo con un’irrisolta passione per le arti, le lettere e l’erudizione. Ma non sarà per seguire i fili della genealogia paterna, anzi…
La madre, Adèle Eugénie Sidonie Landoy, è un’anticonformista dalle frequentazioni intellettuali e liberali. La piccola Gabrielle viene educata soprattutto da lei, chiamata Sido, una donna perspicace, atea e che dà scandalo in paese prendendo a servizio delle ragazze madri. Sido insegna alla figlia a osservare la natura e le trasmette la passione per il giardinaggio. Colette impara a leggere a tre anni e a sei già legge Balzac, Mérimée, Daudet.
Caratteristica fondamentale dell’opera di Colette è il continuo e inestricabile intreccio dell’elemento autobiografico celato dietro la stravaganza inarrivabile del suo bestiario di characters. Si possono infatti riconoscere la sorella Juliette (1860–1908), nella “sœur aux longs cheveux” in La Maison de Claudine, i fratelli Achille (1863–1913), che è “l’aîné sans rivaux”, e Léopold (1866–1940) il “sylphe” evocato in Sido. Questo per rimanere tra le mura di casa.
Nel 1889, in visita a Parigi, Colette conosce Henri Gauthier–Villars (Willy), giovane neodirettore della casa editrice di famiglia e figura di spicco – nel bene o nel male – della vita letteraria parigina; cultore di musica, teatro, fotografia, di letteratura e soprattutto con il gusto e la passione per lo scandalo. Il corteggiamento (almeno secondo quanto ha poi tramandato Pierre Varenne, il segretario di Willy), fu poco assiduo e contrastato dalla famiglia di lui. Si sposano ciononostante nel 1893, ma questa unione sarà incrinata sin dall’inizio dai tradimenti di lui e da una grave e lunga malattia di lei (forse depressione, forse sifilide), da cui si riprenderà solo dopo un lungo soggiorno a Belle–Île–en–Mer.
Una volta sposata Colette accede ai salotti letterari e musicali della Belle Époque, tra gli altri, presso Mme de Caillavet, Mme de Saint–Marceaux. Avrà l’occasione di incrociare Proust, Montesquiou, Fauré, Debussy, Ravel. E stringerà amicizia con Marcel Schwob, Marguerite Moreno, Sacha Guitry.
Già dal 1895 Colette esordisce come critico musicale su «La Cocarde». Il marito, intanto, rifiutata l’eredità editoriale di famiglia, comincia a occuparsi della direzione di riviste letterarie, musicali, culturali in genere, ma soprattutto comincerà a pubblicare su queste ultime racconti e romanzi scabrosi scritti su suo invito da amici e collaboratori, ma firmati e coordinati da lui. Nella propria attività coinvolge anche la moglie e nasceranno così le prime pagine della fortunatissima serie di Claudine, i romanzi in cui si narrano le vicende di un’adolescente di provincia. In queste pagine, scritte da Colette, il marito suggerisce, edita, taglia, cambia, riscrive. Colette stessa, tempo dopo, ne Il mio noviziato (1936), scriverà: «Un anno, diciotto mesi dopo il nostro matrimonio, M. Willy mi dice: “Dovreste riempire qualche pagina con dei ricordi dei tempi della scuola. Non abbiate paura dei dettagli piccanti, io potrei – forse – aggiungerci qualcosa…”». Il manoscritto, nella sua prima stesura, viene giudicato impubblicabile dal marito (troppo tenero, poco scabroso), e verrà riposto in un cassetto. Quattro anni dopo, lo riprenderà in mano e, con i suoi interventi, uscirà nel 1900 con il titolo Claudine a scuola a firma di Willy. Inizierà così la saga di Claudine, Claudine a Parigi (1901), pubblicati entrambi da Ollendorff e, grazie al talento e all’intuito di Willy, trasformati in piece teatrali di gran successo.
Nel 1902 esce per la casa editrice Mercure de France Claudine sposata. Per i temi scabrosi e licenziosi l’editore Ollendorff aveva preferito non pubblicare il libro. Nel romanzo, infatti, Colette riporta l’esperienza saffica vissuta con Georgie Raoul–Duval, moglie di un miliardario americano che aveva instaurato una intensa relazione a tre con la coppia. Secondo la testimonianza di Willy, la relazione tra le due si interruppe quando Colette scoprì che, oltre che con lei, Georgie intratteneva una relazione anche con lo stesso Willy.
Anche il quarto romanzo, Claudine se ne va, viene firmato da Willy, e Colette continua a essere percepita dagli altri come una mogliettina adolescente devota al suo maturo marito. Ma in quest’opera la protagonista è Annie, l’amica di Claudine, il tema l’adulterio: a dimostrazione di come i dissapori tra la scrittrice e il marito fedifrago siano ormai profondi. Al di là dei giudizi sui meriti letterari, le opere della saga di Claudine diventano tra i più importanti best–seller francesi, e creano un personaggio originale nella letteratura francese: Claudine è la prima adolescente del secolo.
Seguirà il tentativo di ripetere questo successo editoriale con un altro personaggio, quello di Minne (Minne e Les Égarements de Minne, riuniti in seguito ne L’ingenua libertina), ma risulterà infruttuoso. Il 1904 è un anno importante per Colette poiché i Dialogues de bêtes verranno pubblicati con la doppia firma. L’immagine della scrittrice scabrosa e licenziosa comincia a lasciare spazio all’autrice più classica e “letteraria”. Nel passaggio, infatti, dai primi testi di Claudine agli ultimi due, si nota che il tratto di Colette diviene sempre più riconoscibile sia nella scrittura, in cui si avverte l’estraneità degli interventi di Willy, sia nella struttura poiché comincerà a prediligere una struttura meno lineare e rettilinea, e a viaggiare su più piani.
L’anno 1906 è un anno importante per Colette. Entrerà nella sua vita Missy (la marchesa Mathilde de Belbeuf) che si attornia del bel mondo parigino sconvolgendolo con il suo amore per lo scandalo, il suo anticonformismo, gli abiti maschili e i suoi baffi finti. La scrittrice si trasferisce da lei (risale a questi anni il divorzio da Willy), e inizieranno la loro storia d’amore e un sodalizio artistico sul palcoscenico. Le cronache dell’epoca narrano di un bacio saffico tra le due sul palco del Moulin Rouge durante la rappresentazione della pantomima Rêve d’Égypte. Nel 1908 Colette si fa notare dalla critica pubblicando su «La Vie Parisienne» alcuni testi, poi raccolti nel volume Viticci, uno dei quali (Nuit blanche) tratta proprio della sua relazione con Missy.
Nel 1911 conosce Sidi, il barone Henry de Jouvenel des Ursins: «Solitario, destinato incessantemente a conquistare, e sanguinario per necessità», così lo descrive l’autrice. Si sposeranno nel 1912. Negli stessi anni, escono, prima a puntate ne «La Vie Parisienne» e poi in volume, La vagabonda e L’ancora.
Durante la Prima Guerra Mondiale l’attività giornalistica di Colette si intensifica. Con l’entrata dell’Italia in guerra, nel 1915 Colette si trasferisce a Roma e da qui, e da altre città italiane, spedisce articoli a Parigi, successivamente raccolti da lei nel volume Les heures longues. Ritornerà altre due volte in Italia, a Cernobbio nel 1916 e a Roma l’anno seguente, scrivendo sempre articoli per la stampa e intensificando il suo interesse per il cinema: scriverà, infatti, una sceneggiatura originale per il film La flamme cachée, su richiesta della società cinematografica fondata da Musidora, attrice e amica di Colette, già protagonista dei due film tratti dai suoi romanzi (Minne e La vagabonda). Durante la guerra, il suo lavoro di scrittrice non si interrompe. Colette pubblica, tra gli altri, La pace tra le bestie (1916).
Nel 1919 esce in volume quella che si potrebbe definire la prima opera della Colette matura: Mitsou ovvero come le fanciulle diventano sagge. Malgrado i giudizi discordi, l’opera ha successo. Fra gli estimatori di Mitsou c’è Marcel Proust il quale scrive: «Ho un poco pianto stasera, per la prima volta dopo molto tempo, eppure da un pezzo sono oppresso da dispiaceri, da sofferenze, e da seccature. Ma se ho pianto non è per tutto questo, è leggendo la lettera di Mitsou. Le due lettere finali sono il capolavoro del libro».
Ma di nuovo vita e letteratura si intrecciano in quello che è ritenuto, a ragione, il capolavoro di Colette, l’opera perfetta che la consacra come una delle più interessanti scrittrici del ’900. Prima a puntate su «La Vie Parisienne» e subito dopo per Fayard, esce Chéri. Fra i suoi estimatori Anna de Noailles e André Gide, che così commenta: «Da un capo all’altro del libro, non un cedimento, non una ridondanza, non un luogo comune». Ma non sarà, qui, la vita a ispirare la prosa bensì, forse, il contrario. Nella primavera precedente all’uscita del romanzo, quando è già stato scritto, Colette conosce Bertrand de Jouvenel, figlio di Sidi e di una sua precedente moglie. Il ragazzo, timido e inesperto, diventa il suo protetto e intesserà presto con la scrittrice una relazione amorosa e passionale. Sempre nello stesso anno Colette viene insignita della Legion d’onore con il grado di Cavaliere.
I romanzi che seguiranno, La maison de Claudine (1922), Il grano in erba (1923), La fine di Chèri (1926), La nascita del giorno (1928), La Seconda (1929) e Sido (1930), dedicato alla madre morta nel 1912, riscuotono le lodi della critica e l’apprezzamento pubblico.
Nel 1932 Colette decide di aprire un istituto di bellezza nel quale distribuisce consigli di bellezza e di maquillage alle dame parigine che trucca lei stessa personalmente. Nascono quattro filiali, e altri negozi vendono i prodotti pubblicizzati e curati da Colette, con la sua immagine sull’etichetta, disegnata da lei stessa. Pubblica intanto Prisons et paradis per Fayard. Nel 1933 collabora a una sceneggiatura per il cinema, diventa critico teatrale per “Le Journal”, e pubblica La gatta.
Il periodo che va dal 1934 al 1939 è il meno produttivo da un punto di vista letterario per Colette che è, invece, molto impegnata nella sua attività di critico teatrale per “Le Journal”. Le sue recensioni, ogni anno e per quattro anni, verranno raccolte e pubblicate in un volume dal titolo La jumelle noire. Nel 1934 esce il romanzo Duo, nel 1936 il romanzo autobiografico Il mio noviziato. Su questo testo, una lucida e interessante riflessione è offerta da Carmen Covito. Il titolo originale è Mes apprentissages. Ce que Claudine n’a pas dit. La traduzione che la Covito propone è I miei due apprendistati e non Il mio noviziato per due motivi. Il primo, evidente, è che Willy non è un dio a cui consacrare un noviziato, e il secondo è che sono due i percorsi che, malgrado o grazie a Willy, Colette scrittrice percorre. Mentre Willy profittava dei fasti e dei successi della saga di Claudine, «commise il grave errore di fare un gioco troppo pesante per la sua consorte, addossando a Colette una parte da sosia di Claudine. All’inizio, lei si lasciò docilmente inguainare nell’identificazione con la scolaretta osé […]. Lentamente, nella donna Colette lo sdegno l’ebbe vinta sulla complicità; forse però non sarebbe bastato a darle l’animo di ribellarsi contro il doppio tradimento dei suoi diritti (coniugali e d’autore) se in lei, timida e dominata da un marito ingombrante in tutti i sensi, non si fosse fatta strada la consapevolezza di essere finalmente nata come scrittore». La Covito conclude l’analisi affermando che i percorsi con cui Willy formò Colette alla scrittura furono «due “apprendistati” paralleli: uno potremmo definirlo “umano”, l’altro riguarda la tecnica dell’editing».
Colette invecchia, e un’artrosi all’anca le impedisce di muoversi con agilità. Il progressivo peggioramento della malattia la porta a trascorrere tutto il periodo della Seconda Guerra Mondiale a Parigi chiusa nel suo appartamento al Palais–Royal. Durante i primi anni del conflitto pubblica la raccolta di due racconti lunghi: Camera d’albergo, nel 1940, e nel 1941 Julie de Carneilhan, Journal à rebours, Mes cahiers, e Il puro e l’impuro, versione definitiva di Ces plaisirs, oltre a una serie di articoli di costume che diventeranno poi un libro, Paris de ma fenêtre. L’ispirazione di Colette durante la guerra prende le distanze dall’evento macroscopico, e la narratrice riscopre anche la forma del racconto; nascono così Il kepì (1943) il cui primo racconto ripercorre gli anni accanto a Willy, Gigi (1944) racconti ambientati nella Francia di fine ’800, Flore e Pomone (1943) in cui si avvicendano ricordi dei giardini della vita di Colette.
Nel 1945 Colette viene eletta membro dell’Académie Goncourt, seconda donna dopo la scrittrice Judith Gautier. Nel 1946 pubblica L’Etoile Vesper e l’anno successivo, grazie a un lieve miglioramento di salute, sceglie di continuare a partecipare alla vita dell’Accademia e riceve anche la visita di Truman Capote, che ne parlerà in uno dei suoi testi. Nel 1948 si occupa della revisione e della raccolta dell’intera sua opera per l’edizione Le Fleuron, diretta dal marito, e pubblicata poi in quindici volumi (Œuvre complete, 1948–1950).
Nel 1949 diventa lei stessa Presidente dell’Académie Goncourt e pubblica Le fanal bleu e il suo ultimo libro, En pays connu, una raccolta di scritti.
Nel 1953 in occasione dei suoi 80 anni, Colette, ormai consacrata grande scrittrice, riceve tributi e onorificenze quali la Medaglia della Città di Parigi, l’elezione a membro onorario del National Institute of Art and Letters di New York, e il grado di Grand’Ufficiale della Legion d’onore.
Il 3 agosto 1954 Colette muore a Parigi, nella sua stanza del Palais–Royal che ormai tutta Parigi conosce e riconosce come la casa di Colette. La Chiesa le rifiuta i funerali religiosi provocando dissenso diffuso e Colette, prima donna in Francia, riceverà le esequie di Stato nella corte d’onore del Palais–Royal. Degno addio per una donna che avrebbe continuato, anche una volta scomparsa, a far parlare di sé come della più grande scrittrice francese del ’900.

Fonti e riferimenti bibliografici:

1.http://amisdecolette.fr/

2.http://www.centre–colette.fr/index.php

3.J. Thruman, Una vita di Colette, I segreti della Carne, Feltrinelli, Milano 2001

4.J. Kristeva, Colette. Vita di una donna, Donzelli, Roma 2004

5.C. Covito, postfazione a Claudine a scuola, Mondadori, Oscar classici moderni, Milano 2010

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22
settembre -
ore 10.30
Coaster CoWorking / via Caio Mario 14B
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