Le meraviglie

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LA CAMERA DELLE MERAVIGLIE

di Angelo Molica Franco

Quando il pensiero si spezza e diventa idea, lì oltre il tempo scandito dagli orologi, esistono ore che si sfogliano come un libro. E sono pagine blu: per non annoiare le parole, per non stancare gli occhi, blu come la lampada sullo scrittoio in quell’angolo di casa, difeso da libri e fotografie1. Sono pagine color del grano: come la camera da letto di Rozven2, come il “sottufficiale color grano maturo”, come il campo di mais – “ieri verde, domani sarà giallo”3, e recano la firma di Sidonie–Gabrielle Colette, passata alla storia come Colette, il mito.

Scritto tra il 1914 e il 1917, Le ore lunghe è il reportage di Colette dai luoghi che furono teatro del primo conflitto mondiale e che, articolo dopo articolo, invia a “Le Matin” di cui è redattrice, ma anche a «Le Flambeau», all’«Excelsior» e a «La Vie Parisienne». L’occhio di Colette – occhio di lince, seduttore instancabile e specchio inoscurabile dei pensieri altrui – studia, esplora, scopre il luogo al fine di comprendere l’animo umano, e allo stesso tempo frequenta, percorre, denuda l’uomo per abbracciare una a una le rovine del luogo tra le pieghe del cuore. Lo fa alla sua personalissima maniera: muovendosi in punta di piedi sul sottile confine tra il distacco erotico4 e la compenetrazione totale di chi sa abitare le persone.

Attenta al dettaglio – nessun particolare le sfugge: il più misero, il più infimo, sono tutti suoi – Colette scrive per comprendere ciò che non sa capire poiché è solo osservandolo che riesce a far suo il mondo. Non senza fatica. Nelle rare pagine da lei lasciate sul tema della scrittura, Colette affronta “il coraggio, la solenne costanza che occorre per mettersi a sedere senza nausea sul ciglio del campo immacolato”, e il medesimo impegno traspare nel suo epistolario. «Mia dolce creatura», scrive a Marguerite Moreno il 28 settembre del 19256, «se non ti scrivo è perché lavoro. Farò mia questa Fine di Chéri […]. Ma ci sto lavorando incredibilmente». E ammetterà “sono stanca” nella lettera successiva del primo ottobre7.

Come dimenticare quell’ora? Le quattro, una splendida luce

velata di estate marina e i bastioni dorati della città vecchia

erti sulla spiaggia davanti al mare verde quasi blu all’orizzonte:

i bambini con i costumi rossi abbandonano la sabbia

per ammirarlo e riprendere, poi, i sentieri… Ma dal centro

della città i rumori divampano tutti insieme: le campane, i

tamburi, le grida della folla, i pianti dei bambini…

Nell’agosto del 1914 Colette è a Saint–Malo, e già in questo breve brano da La novità, il primo articolo che compone la raccolta, possiamo riconoscere la sua intenzione letteraria e leggere le condizioni dettate nel patto con il suo lettore. Parlerà della guerra, questo è certo, ma senza trascurare i colori, i sapori, gli odori, la miseria, l’ironia, la bellezza del corpo, poiché tutto – così il sole, l’acqua, il caprifoglio, i polli nell’aia, la luna, i feriti in ospedale, i Taube in cielo – tutto è corpo e nulla può sfuggire alle sue leggi.

Quell’ora, così scrive, non la si può dimenticare. Sono subito i colori che investono il lettore: i bastioni dorati, il quasi blu del mare, i costumi rossi dei bambini; e poi arrivano i rumori, i suoni, il concerto del paesaggio: campane, tamburi, grida, pianti. Non tacerà nulla Colette della guerra, non si tirerà indietro così come non stravolgerà la sua scala di valori, né metterà da parte la sua esigenza di affondare la penna nelle viscere dei sensi.

Nel testo Le lettere Colette fornisce la ricetta del suo reportage obliquo. L’amica Valentine8 le confessa di non cogliere il tono delle lettere del marito che le rimprovera di scrivergli sempre della guerra, riempiendo le pagine di domande e commenti alle notizie dei giornali («Ne ho le tasche piene, io, della guerra, e pieni gli occhi, e piene le orecchie. Leggendo la tua lettera dell’8 avevo l’impressione di aver sposato Joffre», le risponderà), quando invece lui vorrebbe qualche pettegolezzo, sapere quando partorirà la giumenta, come cresce il loro figliolo e se ha cambiato la moquette della camera da letto. Quando Colette spiega a Valentine la situazione, calmando i suoi timori circa una possibile e momentanea folie del marito, sta in realtà parlando ai suoi lettori. È a loro che si rivolge quando le consiglia: «[…] non mancate, ve ne prego, di annotare il giorno e l’ora in cui la vecchia giumenta partorirà; riferitegli i pettegolezzi della vostra cerchia di amiche e terminate con parole dolci sul vostro figlioletto e vi prego lasciate da parte, nelle lettere a vostro marito, le sorti dell’Armata, i pronostici di vostro zio senatore, la politica: in breve, la guerra. Poiché, amica cara, scrivergli “non importa come” è delizioso e vi fa onore, ma scrivergli “come si deve” è meglio».9

Due sono i livelli di lettura che, da questo brano, sono agilmente decifrabili. Il primo è la dichiarazione di intenti. La scrittrice, infatti, sembra dire: “C’è la guerra? Va bene! Io parlerò della vita, del corpo, della bellezza che resta durante la guerra”. Il secondo livello, rivelato da quel “come si deve”, è un invito al rigore, un celato e garbato consiglio a non farsi prendere dal generale clamore, legittimo ma inutile. Con quell’espressione Colette rammenta ai lettori che è un dovere rimanere calmi, non darsi per spacciati e vivere intensamente ogni propria singola ora: mangiare, bere, scrivere, amare, pensare, leggere. Colette, dunque, vive queste ore “lunghe”, come le ore dell’attesa tra due distanze, come ore da vivere immersi nella fantasia del quotidiano, in cui scoprire dove si annida, impaurita ma ininterrotta, la bellezza.

***

Le ore lunghe si riempie agli occhi di chi legge come la privata Wunderkammer di Colette sulla Prima Guerra Mondiale. Ma quali sono le sue mirabilia? Dove raccoglie la straordinaria bellezza?

Il genio della scrittrice considera attentamente il posizionamento dei suoi objets trouvés – nel giorno, nella vita, nel mondo – in questa camera delle meraviglie, e con ragionata selezione dispone sulle scansie in basso il soldato che a trentanove anni

vede realizzato il sogno di partire per la guerra e abbandona la sua sposa sull’altare; il vecchio che, annoiandosi al circolo per anziani, inizia a lavorare all’uncinetto; il ferito che sogna gli rispunti il braccio destro; quello che anela il momento in cui potrà di nuovo mangiare scaloppine e patate fritte; il soldato in permesso che, una volta tornato, resta interdetto nel trovare la moglie abbigliata da sottoluogotenente e aspetta che le donne tornino a vestirsi come “prima”; i bellissimi soldati italiani («Qui, questa è la verità, la bellezza mascolina corre per le strade e si sarebbe adattata così bene allo stesso modo a una toga, una tunica, o a un chepì.»10) che attraversano Roma in silenzio.

Più in alto, su uno scaffale più protetto, Colette pone gli animali: antica e imperitura ossessione di cui ama e studia, con inquietudine vigile, la vicinanza e la distanza insieme. Ci sono le bestie abbandonate nel buio della notte nei rifugi di fortuna per le quali le ore sono tutte uguali; i “cani arruolati” che aspettano, senza far altro; le galline nell’aia che, all’arrivo di Bel–Gazou, giocano alla guerra; il re dei ratti che visita le notti della bambina per parlarle del suo regno e dei suoi tesori di caramelle e giocattoli; e poi c’è Vorace, una cagnolina spia, che porta il suo padrone, rientrato a sorpresa in permesso, di fronte al cancello della casa in cui la sua amata è in compagnia di un altro uomo.

Al centro, un po’ a sinistra – la parte del cuore – ecco un cassetto speciale, quasi sempre serrato, che Colette apre per la prima volta in questa raccolta. Custodito con cura, un po’ di melanconia ma senza esagerata enfasi, troviamo Uno zuavo, un capitano del Primo Reggimento. Un uomo ilare che, nonostante la sua carriera militare sia finita presto e gli sia costata una gamba, non ha mai perso il senso della sua vita – che non era la moglie e nemmeno la figlia, né la casa, né la guerra, ma il senso della bellezza – e che racconta meraviglie della sua campagna italiana.

E dall’Italia era tornato raggiante tra la sua stampella e

l’altra gamba; tanto che quando gli veniva chiesto, con

compassione discreta:

– È all’ospedale di Milano, non è vero, che vi hanno…?

Lui esclamava: – Sì.

Aggiungendo, con un tono che sapeva più di confidenze

amorose:

– Ah, amico mio!... I milanesi! Ah! Che ricordi! L’anno più

bello della mia vita.11 

Un uomo discreto che non ama il sensazionalismo e che, anzi, indulge nell’attenuare persino la verità.

Una modestia singolare, o meglio un netto disprezzo per

tutto ciò che comporta il male e la morte, gli consigliava

l’impiego di diminutivi; il freddo mortale della Crimea

non era che “un bel freschetto”, le sue altre quattro ferite

dei “piccoli incidenti” e definiva la sua amputazione una

“potatura necessaria”.12

Questo cassetto, una volta aperto, rivela un’assenza, un manque13 poiché non si tratta di un soldato qualsiasi: «Solo che questo mi sembra ancora più bello degli altri, perché era mio padre». E in questa frase concentra tutto: l’amore, il timore, le non–dit, la tristezza. Ma soprattutto rivela la gratitudine. Jules Joseph Colette fu un uomo con velleità letterarie, che fece conoscere alla piccola Sidonie–Gabrielle il fascino del libro e, tra gli altri, le fece amare Balzac. Del quale possedeva una spilla da cravatta, la stessa che dopo la morte del padre, Colette non riuscirà mai più a trovare.

Ma è in un’altra assenza che si concretizza la vera héritage paternelle: una quindicina di volumi rilegati e disposti in ordine sugli scaffali della libreria ciascuno con un titolo. Colette li aprirà solo dopo la morte del padre e lì scoprirà il loro segreto. A parte “l’affettuoso impegno di una dedica alla moglie”14, i tomi erano vuoti: il padre per tutta la vita aveva sognato una carriera da scrittore. Lo narrerà bene Colette molto dopo, in Sido (1930), quando farà dire a una medium, Madame B., che vede dietro di lei una figura di uomo anziano che la protegge poiché «lei è esattamente ciò che lui avrebbe voluto. Ma non ha potuto»15.

Sempre al centro, ma questa volta a destra, ecco il tiretto che contiene l’Italia. In una corposa sezione centrale, intitolata Impressioni d’Italia, Colette («Io sono l’unica girovaga, la girovaga di Venezia», dice) ci restituisce lo splendore di piazza San Marco, di Palazzo Ducale, dando insieme la notizia dell’iniziativa di Venezia di proteggersi recintando le sue bellezze con sacchi di sabbia per rendersi meno visibile a eventuali attacchi dal cielo.

I capolavori di San Marco, bendati, rimpiangono la luce,

e i cavalli di Lisippo, murati, tendono i loro nasi verso le

strette prese d’aria, nel cortile del Palazzo Ducale. L’Eva e

l’Adamo non saranno più nudi prima della pace […].

E aggiunge:

Mosaici d’oro velati da teli grigi, statue sotto le fasce, campanili

in cui un bianco opaco camuffa il metallo vivo: tutti

questi sforzi mimetici che Venezia tenta per mischiarsi

all’acqua torbida, alla nebbia, alla pietra anonima sembrano

invece renderla una città che si specchia nel cielo rovente

e incenerito.16

O anche notturne ma sempre liete, pagine da Roma. Mentre passeggia con Bel–Gazou e Sidi a Villa Borghese, Colette descrive ai suoi lettori come «in un rivolo svilito, l’acqua della fontana raggiunge il laghetto con un canto flebile di appena tre note che noi percepiamo a continua chiusura di ogni nostra parola»17. O ancora il suo incontro con D’Annunzio di cui conserverà un ritratto che farà bella mostra di sé nello studio parigino de “Le Matin”.

Altra tappa del Viaggio in Italia di Colette è Como, dalla cui bellezza è abbacinata. Il lago le ispirerà le pagine, forse, più pittoresche e insieme più struggenti dell’intera raccolta. Con reale pathos da Grand Tour, quasi elegiaco, Colette non può evitare lo schianto con la bellezza.

Ma la gioia è dappertutto, inevitabile. Diremo che è lei a

vibrare, nella distesa dai sette colori dell’iride, al di sopra

della salvia di un rosso letale, nel momento in cui il fascio

dei raggi del sole colpisce il lago. E che trasforma l’acqua

in specchi, in scalini, in fusi, in serpenti.18

Ma sopra a tutto, nella scansia più alta quasi a sfiorare il tetto della Wunderkammer si trovano le donne. Sono le donne, infatti, le assolute protagoniste di questa raccolta.

Colette colpevolizza la guerra perché distrugge la bellezza e sembra quasi dire che le donne, loro sì, l’avrebbero fatta meglio. E le difende – si difende – quando gli uomini vogliono insegnare loro come vivere, come dare la vita, come darsi alla vita. Un omaggio alle donne vicine a lei nel periodo della guerra in quel “falansterio femminile”19 che lei stessa organizza nella sua casa parigina: Musidora, Marguerite Moreno e Annie de Pène, le amiche di una vita.

«Lasciate fare alle donne. Non dite nulla… Silenzio…», lasciate fare a Valentine che organizza da sola un trasloco; alle donne e ragazze parigine che si dispongono a un solerte assistenzialismo laico; alle cantanti dei Caffè Concerto; alle mogli rimaste a casa

che, tra ansia e disperazione, scrivono ai mariti al fronte poiché sanno di essere l’unico pensiero, l’unica certezza a tenerli in vita e a farli lottare; alle giornaliste come Annie de Pène che (in)seguono la guerra; alle madri che continuano a sorridere di fronte ai figli e che sanno inventarsi sempre nuovi giochi nelle ore che non passano mai; e alle svagate, a quelle donne un po’ più superficiali o meno coraggiose, che prendono il sole sul lago di Como o che provano vestiti e vestiti nella hall dell’albergo… quanto coraggio ci è voluto per vivere il momento con quella leggerezza?

Tutti: gli uomini, gli animali, le donne. Tutti aspettano.

Sono attese diverse ma tra loro annodate in un lungo, inestricabile filo che le fa apparire come “coppie di sposi che tardano ad avvicinare le bocche”20.

***

In questa composita raccolta l’arte della metafora di una giovane Colette mostra tutto il suo infinito e sconcertante potenziale. Dal grande talento giornalistico, Colette ha saputo infatti costruire una carriera, ed è noto come molti dei suoi personaggi e delle sue storie siano nati proprio su quei foglietti blu che usava per non stancare gli occhi. Basti ricordare la sua rubrica Contes des mille et un matin, dove sono nate Lea, Vinca, Mitsou, Julie de Carnehilan, Madame Marco; e non è difficile immaginare che dietro queste donne dei romanzi venturi – attraverso le quali Colette porta avanti un modello di donna nuovo, rivoluzionario, altro da quello comune nella sua epoca – vi siano le donne originali, stravaganti, coraggiose e diverse tratteggiate in Le ore lunghe.

Angelo Molica Franco, Torrenova, agosto 2013 

 

Note

1 Valentina Fortichiari, Lezioni di nuoto, Guanda, Parma 2009.

2 Casa di campagna, tutt’oggi esistente, acquistata da Colette e Missy (la contessa Mathilde de Morny), nei pressi di Saint–Malo.

3 Nel testo, pp. 38 e 136.

4 Judith Thurman, Una vita di Colette. I segreti della carne, Feltrinelli, Milano 2001, p. 441.

5 Colett e, Mes Apprendissage, in Oeuvres, «Bibliothèque de la Pléiade», Gallimard, Paris 1991, t. iii, p. 1328.

6 Id, Lettre du 28 Septembre 1925, in Lettres à Marguerite Moreno, Flammarion, Paris 1959, p. 116.

7 Id, Lettre du 1 Octobre, ivi, p. 118.

8 Cfr. nota 5 al testo.

9 Nel testo, pag. 31.

10 Nel testo, pag. 115.

11 Nel testo, pag. 95.

12 Nel testo, pag. 96.

13 Gabriella Bosco, Sessanta spicchi d’aglio, postfazione a Prigioni e paradisi, Del Vecchio Editore, 2012, pag. 192.

14 Maria Teresa Giaveri (a cura di), introduzione a Colette, Romanzi e racconti, I Meridiani Mondadori, Milano 2000, p. xi.

15 Colett e, Sido, in Oeuvres, «Bibliothèque de la Pléiade», Gallimard, Paris 1991, t. iii, p. 530.

16 Nel testo, pag. 121.

17 Nel testo, pag. 124.

18 Nel testo, pag. 157.

19 Maria Teresa Giaveri, Cronologia, in Colette, Romanzi e racconti, I Meridiani Mondadori, Milano 2000, p. lxxxi.

20 Vitaliano Brancati, in Il borghese e l’immensità, Bompiani, Milano 1978, p. 373.

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