Eleganza e dignità

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In questi giorni è deceduto prematuramente Moussa Konaté, scrittore che ha accompagnato questa casa editrice fin dall’esordio, anche se è rimasto sullo sfondo fino ai tempi più recenti.

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Di Paola Del Zoppo

 

Nel settembre del 2002, partecipavamo, io e altri due miei colleghi dottorandi dell’Università di Siena, alla settimana della scuola di traduzione letteraria Natalino Sapegno, ad Aosta. Al tempo il mio progetto di ricerca stava mutando forma grazie a degli ottimi maestri, ma il mio interesse per quelle che venivano chiamate ancora con convinzione “letterature postcoloniali” o per quello che era il “poliziesco etnico” e il “poliziesco postmoderno” non mi aveva affatto abbandonato. Leggevo Chraïbi, Keating, Arjouni, Montalbàn, Izzo  e molti altri che ormai sbiadiscono nella mia memoria, smontando e rimontando strutture, stilemi e innovazioni e provocazioni.

Un pomeriggio, esauste dopo diverse ore di seminario, io e una mia collega ci trovammo a passeggiare per la cittadina. Ad Aosta c’era una libreria indipendente, in una via che si dirama dalla piazza principale. In quella libreria vendevano anche libri in lingua originale francese, e tra questi, diversi “gialli”. Fu lì che trovai un piccolo librino Gallimard, Serie noir: in un unico volumetto tascabile i suoi primi due gialli. Quel Konaté sembrava avere qualcosa di diverso rispetto agli altri autori di cui mi ero occupata, sfogliai le prime pagine, erano limpide e misteriose insieme. Lo comprai.

Ma poi non lo lessi. Un po’ perché il francese non è mia lingua d’elezione, un po’ perché le mie ricerche presero pieghe diverse e il mio tempo fu occupato da pensieri diversi, e un po’ perché mi cominciava a sembrare riduttivo fare di quel tipo di romanzi una categoria, postcoloniale o postqualcosa, e avevo bisogno di riconoscere in altro il riflesso di ciò che avevo così maldestramente categorizzato. Ma allora il piccolo tascabile prese il suo posto rigorosamente nello scaffale accanto a Chraïbi e a quei pochi altri volumi in lingua francese che si facevano compagnia nella mia libreria.

Anni dopo, Pietro Del Vecchio mi coinvolse nell’avventura della casa editrice. Accanto alla poesia, volevamo fare anche dei polizieschi. Cercavamo – anche – romanzi, in cui la trama gialla o misteriosa fosse eventualmente un pretesto o un modus, e la scrittura letteraria, il gioco linguistico e la profondità dell’analisi culturale la sostanza del testo, la sua vera valenza. E che fossero eleganti e ironici, non rabbiosi, acuti nell’utilizzo degli strumenti e delle simbologie legate ai livelli linguistici, ai registri e ai sottolinguaggi.

Mi tornò in mente quel piccolo volume tascabile di Moussa Konaté, quelle prime pagine limpide e accattivanti, fluide, quel sole canicolare. A me e Pietro Del Vecchio sembrò opportuno chiedere ulteriori pareri, che andassero anche al di là delle competenze critiche. Un lettore appassionato che ci dicesse com’erano quei due brevi romanzi polizieschi. Estrassi il volumetto dalla libreria e lo consegnai a una mia amica, che qui ringrazio ancora. Lei ce lo restituì, entusiasta, non molto tempo dopo, accompagnandolo con una frase come: “Sì la trama gialla è classica, ma c’è questa atmosfera, lui è bravissimo a renderla, passano le prime venti pagine e sei lì, con l’ispettore”. Non aspettammo oltre. Inserimmo Konaté nel piano e ne acquisimmo subito un altro volume, assegnando le traduzioni. Intanto era già il 2008. Dovevano passare altri due anni prima che il primo volume, L’assassino di Banconi, vedesse la luce in italiano, nella traduzione di Ondina Granato. Ondina si impegnò molto per non tradire il testo, così ricco di variazioni di registro e tono, anche se scorrevole e fluido alla lettura. Il francese, in alcuni punti, doveva affiorare in sottofondo e talvolta le parole dovevano grattare sui denti, apparire calchi o prestiti, che lo fossero o meno, perché il gioco dei piani linguistici è uno dei primi momenti di denuncia, nei libri di Konatè: la lingua francese oscilla fra due posizioni, di lingua prima e seconda, senza poter evitare la mescolanza con le lingue dei luoghi di cui si narra. E le lingue della sua terra possono essere lingue prime, ma seconde non lo sono mai, forse terze. E soprattutto, la mescolanza linguistica doveva essere evidente ma senza scivolare nell’esotismo. Un fondamentale livello simbolico che rispecchia con decisione un approccio critico alla situazione politico-sociale e culturale del luogo di cui Konatè narra:

“C’era proprio un sole canicolare: sebbene fosse ancora lontano dallo zenit, soffocava gli uomini, gli alberi e la terra, tutto il quartiere di Banconi, immensa escrescenza della città di Bamako, centinaia di abitazioni di mattoni in terra coperte da paglia, da brandelli di stuoie, da fogliame o, nel migliore dei casi, da strati di lamiera ondulata, arrugginita e ammaccata. I vicoli si intrufolavano tra gli isolati e, ogni volta che passava una di quelle automobili traballanti, praticamente le uniche ad avventurarsi lì in pieno giorno, si alzava una polvere color ocra. Sul ciglio di una delle poche strade ampie, dal tracciato incerto, due ragazzini giocavano a pallone con una palla di stracci; giocavano e ridevano fragorosamente. Si trovavano vicino a una discarica pubblica dov’erano ammassati immondizia e animali morti. Un gatto con la testa spappolata sembrava gonfiarsi a vista d’occhio sotto uno sciame di mosconi blu. Uno dei due, correndo all’indietro, pestò la carogna e ne fece esplodere il ventre, liberando le viscere che, con grande gioia dei bambini, iniziarono a fuoriuscire. Il secondo afferrò il gatto morto per le zampe posteriori e, tenendolo sopra la testa, si mise a girare a grande velocità, ridendo come l’amichetto alla vista dell’animale che andava in pezzi. A qualche centinaio di metri dal cumulo di immondizia, un ciclista sbucò tra le case e si immise sulla strada: indossava un boubou giallo quasi trasparente e spingeva sui pedali della bicicletta con una tale forza dei polpacci che sembrava che le ruote del mezzo sfiorassero appena il terreno. I passanti si voltavano verso di lui sbalorditi ma l’uomo, il cui boubou si gonfiava come una vela, continuava indifferente a pedalare con rabbia. A quel punto il ciclista, arrivato all’altezza dei due bambini, uno dei quali continuava ad agitare il gatto morto, ridotto ormai solo alle zampe posteriori, inspiegabilmente perse il controllo del mezzo, che filò dritto contro uno degli alberi di cailcedrat ai bordi della strada.” (L’assassino di Banconi)

Questa ricchezza linguistica tratteggia compiutamente l’atteggiamento letterario di Konaté, in cui nulla è definito né definitivo, come non lo sono, pur trattandosi di romanzi polizieschi dall’impianto classico, l’assassino e la vittima. Konaté non sta lì a distribuire colpe, preferisce raccontarci di scelte che si compiono e lasciare che ci interroghiamo sui loro perché, a loro volta frutto di un modo di vedere il mondo e non di un imperativo categorico. Ancora di più, come i grandi maestri del mistero mette in discussione l’effetto della percezione del reale, effetto e percezione che non possono che scaturire da una visione del mondo; e allora dubita anche della pertinenza stessa dell’analisi dei rapporti di causa-effetto, solitamente cavallo di battaglia di qualunque investigatore che si voglia definire tale, mentre è portato ad accettare come dati di fatto visioni e connessioni con la spiritualità. Konaté non è il primo che lo abbia fatto, certo. Da Glauser a Chraïbi, il ripristino di una situazione di “serenità” non è collimante con il ristabilimento di un ordine universalmente riconosciuto. Ma lui lo ha fatto con pacatezza, con pazienza: con delicatezza e ironia, ci porta in mondo poco conosciuto, e ci mette in guardia dalla nostra superbia, com’è proprio anche del suo ispettore: “Prese il giovane agente per mano e lo condusse alla finestra. – Guarda, – gli disse mostrandogli lo spettacolo dei mendicanti, – è questo il male, figliolo; gente che sguazza nel fango e abbandona ogni dignità riducendosi a implorare la generosità dei suoi simili che a loro non fanno neanche caso. E ogni giorno diventano un po’ più numerosi; presto buona parte degli abitanti di questa città sarà composta di mendicanti e senzatetto. Sarei ben contento quindi se mi spiegassi di quali mezzi disponi per “proteggere” la società da questo male, sergente Sidibé.” (L’onore dei Keita). Ci accompagna passo dopo passo con attenzione, e conduce sempre più lontano. Nell’Assassino di Banconi, l’ispettore Habib e il leale Sosso sono alle prese con una società dalle regole solo apparentemente differenti, urbana, ancora per molti versi riconducibile, per eventi e atteggiamenti, alla nostra società occidentale. Nel secondo volume, L’Onore dei Keita, le dinamiche sociali non si possono comprendere se non si leggono i legami familiari differenti che guidano le azioni dei protagonisti, e nel terzo, L’impronta della volpe, l’ispettore e Sosso si spingono in territorio Dogon, un popolo di cui noi sappiamo poco, che conosciamo come popolo lontano, o che da critici letterari e/o sociologi, antropologi, chissà, abbiamo studiato. Konaté passa dai legami familiari ai legami di tribù, dall’uso dell’auto a Dio con la rapidità e la naturalezza di chi vive quelle giornate, e ci fa leggere un mondo intero lasciandoci liberi di prendere una posizione sulle sue dinamiche. Un popolo, dei luoghi in cui stonerebbe anche qualunque nostra idea di trascendente o religione, perché al centro di tutto c’è sempre l’essere umano: “Càpita che una moschea o una chiesa in cemento stoni in questo universo così uniforme, ma si percepisce che attendono un dio che non viene da qui, perché il dio dei Dogon non ha bisogno né di moschee né di chiese. È Amma, e vive in ogni cosa, in ogni scultura, nell’anima di ogni Dogon.” (L’impronta della volpe)

E così ha guidato anche noi, alla Del Vecchio, che ci siamo passo dopo passo legati alla sua scrittura, che con il suo tratto ha sottilmente influenzato le nostre scelte, non solo sui polizieschi. Ma alla Del Vecchio Konaté mancherà molto non solo come grande autore, bensì soprattutto come grande persona. E’ stato con noi per un tour davvero significativo, che ha toccato diversi luoghi d’Italia nel 2012, e che si è chiuso proprio un anno fa, alla fiera PLPL. Così abbiamo potuto conoscerlo oltre la sua scrittura. Un signore dolce, gentile, affaticato dagli eventi che hanno colpito la sua vita e il suo paese di provenienza, e la cultura in senso più ampio. Stanco, ma coraggioso e generoso, e specialmente illuminato da grande dignità, consapevolezza ed eleganza. Proprio come la sua scrittura, che non fa sconti, che denuncia e mette in risalto le ferite aperte e le contraddizioni degli esseri umani con delicatezza, senza urlare, portandole alla luce gradualmente ed evidenziando la lacerazione e la violenza della brama di potere in tutte le sue declinazioni e insieme comunicando la speranza della bontà, di una rettitudine mai banalizzata, della convinzione che l’unico modo per vivere sia rispettare l’altro in ogni sua sfumatura.

Lo ringrazio e lo ringraziamo tutti noi della Del Vecchio, Monsieur Konaté, per essere stato con noi e con i suoi lettori, per i suoi personaggi, i suoi libri, per i suoi studi e il suo impegno sociale e culturale e per le sue mani e i suoi occhi che non avevano paura di incontrare nessuno che volesse davvero incontrarlo.

 

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